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GLOSSARIO R-Z

RECUMATERNA (V.v.d.) (L’er.) : si tratta di un libero adattamento ottenuto con l’unificazione dei due termini latini requiem aeternam (riposo eterno o eterno riposo). In genere, equivale ad una preghiera notoriamente tesa ad augurare ai defunti proprio un eterno riposo; ma qui viene usato l’astratto per il concreto: il loculo, in cui il caro estinto dormirà il suo sonno senza tempo. Oltre il testo: “tinci na recumaterna pi mei” = recitagli una preghiera per me.
RINALI (La f. F.) : sta per orinale, da orina = vaso da notte costruito con materiali vari: rame smaltato; terracotta; ceramica, ecc. Si usava (e spesso ancora si usa) per orinare durante la notte o quando si è costretti a letto per malattia (ma per questi casi ci sono oggi strumenti più funzionali: pappagallo, catetere, pala). Per questo il suo posto è nella “colonnetta” (comodino) a portata di mano.
RIPIZZARA (M. e n.) : da “ripizzari”, “rappezzare” = mettere, cucire delle “pezze” su di un vestito rotto, lacerato, consumato, come in questo caso. Balza evidente il senso spregiativo riferito ad una persona capace solo di mettere “pezze”, toppe e non di confezionare abiti interi, come solo un’abile sarta sa fare. Insomma, tu ti dai arie di sarta, ma sai appena appena “ripizzari”.
ROSOGLIO (M. s.) : sta per “rosolio” = liquore dolce, solitamente fatto in casa con vari aromi: ciliegia, menta, limone (limoncello), mandarino, noce (nocino). In passato, si era soliti offrire “nu bicchierinu ti rosogliu” ad amici o a coloro che andavano (o venivano) a fare visita di cortesia o per altro motivo lieto (es. nascita di un figlio). Il “rosoglio” fa pensare ad un’atmosfera di festa, di allegria, all’idea di casareccio, dell’amicizia sincera, che oggi, ahimè, va alquanto affievolendosi. Ma “Misciagni nuestru” va sempre più impegnandosi nella riscoperta e valorizzazione di certi usi e costumi che sottendono all’amicizia.
RRIGNATU (M. e n.) : forse da “griccio” o “gricciolo” = brivido; ma non quello che serpeggia per il corpo per un cattivo presagio o per effetto di una narrazione o visione intensamente emotiva, ma di freddo. Infatti, “rrignatu” può essere considerato il participio passato di “aggricciare”, aggricciato, rattrappito, raggomitolato, chiuso a gomito per difendersi dal freddo, contratto, intirizzito.
RRIVUETU (M. a c.) : derivato dallo spagnolo revuelta, rivolta, azione che crea grande confusione, una baraonda che stordisce e disorienta e crea arrabbiature. Tutto questo disordine “è scigghiatu” (ved.), ha sconvolto la testa, di per sé già non molto equilibrata. Oltre il testo: “Dà intra nò si po’ trasiri, nc’è nu rrivuetu” = là dentro non si può entrare, perché non sai dove mettere i piedi per il grande disordine; “mamma mia, cce rrivuetu” = mamma mia, che caos, che disordine.
RRUNCHIATA (ti spaddi) (P. e C.) : da “arrocarsi” o, più probabile, “raccogliersi” nelle spalle, stringere, alzare (quindi “alzata” di…) le spalle quasi a significare l’indifferenza rispetto a quello che sta dicendo il padre; “fare spallucce”, “spallucciate”, che denota grave mancanza di rispetto per l’autorità paterna, la quale, in tempi andati, era sacra ed inviolabile.
RUENCU (M. a c.) : forse dal verbo “roncare”, nel significato di potare, troncare; quindi, ronco: arnese da lavoro che il contadino usa per potare gli alberi (specialmente ulivi) e favorire il rinnovo della vegetazione; “grossa asta (metallica) con roncola”, distinta, però, da quella a “coda di rondine”, solitamente usata per la potatura della vigna e ormai quasi del tutto sostituita dalle forbici “ti putari”, per potare.
RUESICHI (M.s.) : da rosicchiare o rosicare: rodere (rodersi) il cervello (“li mutoddi”), fantasticando, scavando nella lista dei ricordi. Il termine, qui, serve ad evidenziare lo stato di ansia scatenato dal telegramma spedito da Milano, di cui la destinataria teme il contenuto e, appunto per questo, tarda, tentenna nell’aprirlo, lambiccandosi (“ruesichi”) il cervello come frastornata. Oltre il testo: “ti sta ruesichi lu fecutu pi nienti” = ti stai rosicchiando, avvelenando il fegato per niente. “Rosaca osci e rosaca crai, va furnesci ca rumani senza na magghia” = rosicchia (il gruzzoletto) oggi, rosicchia domani, rimarrai senza un soldo.
RUMMATU (M.s.) : d’etimo incerto; letame naturale che, solitamente, si produce in una stalla o in uno stabbio (recinto) in cui si rinchiudono quasi appositamente degli animali. Raramente è riferito a persone, tranne in questo caso, ch’esso fa chiaramente percepire il senso ironico, dispregiativo, d’altra parte giustificato, dati i toni elevati del litigio tra marito e moglie.
RUSCI (P. e C.) : dal latino rugio…ire = ruggire, far rumore, mormorare in maniera iterativa, noiosamente ripetitiva.
SACCONE (V.v.d.) : con significato generico, accrescitivo di sacco (dal latino saccus), grande sacco. Qui ha un significato specifico: grosso sacco di tessuto pesante (spesso fatto “allu tularu”) “riempito di paglia o di foglie di granturco (“fugghiazzi ti cranoni”) che si teneva un tempo tra il letto e il materasso” (Treccani). Ma più precisamente e frequentemente, esso veniva riempito con “cacchiame” o “ristucciu” (stoppia) di orzo perché più tenero e morbido e più resistente. Ogni mattina lo si riordinava, di solito, mediante l’uso della “furcedda”, stecca di legno biforcuta che s’infilava attraverso apposite, piccole aperture nel saccone stesso. Oggi è stato soppiantato dal diffusissimo materasso a molle o in lattice, anche se non mancano i casi in cui esso continua ad essere usato in campagna come “pagliericcio”. Oltre il testo: è un termine molto, molto frequente: “teni nu saccu ti sordi” = è molto ricco; “è nu saccu ti pagghia” = è un uomo da nulla; “vagnò, nò mi minti ntra lu saccu” = ragazzo, non m’imbrogli; “cuddu vistitu sembra nu sacconi” = quel vestito non ti sta bene addosso; “teni nu saccu ti casi” = ha molti appartamenti; ecc. ecc.
SALONGA (M.s.) : è un termine contratto (sincopato) di “zocalonga” = “zoca” (dal tardo latino soca?), fune, corda di giunco, e “longa”, lunga; qui, una lunga fila di persone. “Na salonga ti cristiani” = una processione, un pellegrinaggio (o insieme numeroso di pellegrini). Oppure: “sciucamu alla salonga” = costituiamo una fila lunga di ragazzi, un gioco in cui questi, camminando per le vie, (magari del quartiere), diventavano sempre più numerosi (quelli che si aggiungevano in coda si appoggiavano ai fianchi o sulle spalle di chi precedeva, possibilmente seguendo il ritmo di qualche canzone). Se si usa solo la prima parte della parola, cioè “zoca”, ci si riferisce ad una “corda di cozze”.
SANGUETTA (M. e n.) (M. a c.) : è una denominazione popolare propria di qualche regione = sanguisuga, composta da sanguis, sangue e sugere, succhiare. La “sanguetta”, anticamente veniva utilizzata nei casi di ipertensione: “ci minau na sanguetta”= fece attaccare una sanguisuga per far “calare”la pressione (come un salasso). Ovviamente, chi si dedicava a questo servizio veniva pagato; ma quando la gente stava bene non c’era… lavoro e quindi scarseggiava anche il denaro. Oltre il testo: “s’è misu comu na sanguetta” = s’è messo a chiedere sempre soldi; “cuddu è na sanguetta” = uno sfruttatore.
SANTU LIZZIU (sangu ti) (M. a c.) : è certamente un intercalare, come tanti altri che se ne incontrano nel testo. Il rferimento è certamente a Sant’Eligio che è ritenuto il “protettore degli orefici e dei maniscalchi” (Pomba), artigiani, questi, che esercitano il mestiere di ferrare i cavalli e quindi gli asini (subito dopo, nel testo, vi si fa riferimento): l’asino si vuole strofinare agli asini per sentirsi lodare.
SBARRIU (P. e C.) ((M.s.) : da “sbarriari” = svariare, occuparsi d’altro, magari variando direzione, cambiando luogo, argomento. Faccio passare il tempo senza che se ne accorga, magari conversando tra un bocconcino ed un “bicchierino”. Insomma do un po’ di “ntartieni” (ved.), li intrattengo e li distraggo, perché si svaghino, si divertano (il singolare è per P. e C., il plurale per M.s.). Oltre il testo: “ti ddò ieni? Pircè cussì tardu?” = da dove vieni? Perché così tardi? “Hagghiu sbarriatu a vetiri li vitrini” = ho trascorso (perduto) il tempo a guardare le vetrine.
SBRUEGGHI (M. a c.) : dal latino explicare, sbrogliare: sbroglia, dipana tu la matassa, cioè, in senso figurato, tocca a te risolvere questa situazione complicata, intricata, perché tu hai combinato tutto il pasticcio. Un termine molto usato per la sua efficacia espressiva.
SCAFFATU (R.t.) : voce regionale, da “schiaffare”; qui, ficcato con forza, con impeto, alla rinfusa nella borsa, pensando, avendo di mira un solo obiettivo: la fuga. A volte, nel parlae corrente, si ricorre all’espressione “scaffutulu ncapu” per significare = ficcatelo bene in testa, fissalo nella tua memoria; “ma cce t’ha scaffatu ncapu?” = che ti sei messo in testa, quali intenzioni hai?
SCANCEDDU (P. e C.) : certamente dal verbo “scancellare” (cancellare) con una “s” intensiva: non seguo, per varie ragioni (emotive, spazio-temporali, ecc.), il filo del discorso, che è costruito sempre secondo regole grammaticalmente e soprattutto sintatticamente e semanticamente definite: divago, devio confusamente. Ma qui: evito, scanso, ci passo sopra, faccio finta di niente “pi cunvinienza” per convenienza, quieto vivere.
SCAPARI (M. a c.) : d’etimo ignoto, il termine, in questo contesto, ha un significato preciso, inequivocabile: (non puoi) “scapare”, non puoi scegliere, non hai (alcuna) possibilità di scelta, sei ormai fregato, incastrato; hai firmato un contratto e non puoi più tirarti indietro: devi sposare Rachelina! Oltre il testo: “scapa e scapa e ha pigghiata na fregatura” = scegli e scegli ed hai preso un bel niente; oppure “scapa li megghiu megghiu (pomodori, frutti)” = scegli e metti da parte i migliori; o, ancora: “nò vi scapati li megghiu” = non vi scegliete i più belli ed i più buoni.
SCARCAGNULU (R.t.) : derivato da calcagno (tardo latino calcaneum-i e calx-cis: tallone <Treccani>); ma qui, figurato, (molto diffuso nel leccese scarcagnizzu, carcagnulu, striunizzu <Rohlfs>): come un vortice di vento; per cui, alzare velocemente le calcagna, scappare come una “torre rotante” di polvere spinto da una raffica di vento. Ancora, folletto, “spiritello”. Oltre il testo: “Ci nò ti stà fermu ti fazzu fuciri comu nu scarcagnulu” = se non ti stai fermo ti faccio scappare come… In altra accezione: uomo basso.
SCARDARI (L’er.) : ved. “cardari” (anche qui la “s” iniziale vuole intensificare il tono ed è usato con ironia).
SCASCIU (la capu) (N. ti p.) : da squassare (latino quatere) = scuotere, sbattere, rompere; qui: “ti rompo (la testa) e quindi non sai più dove mettere la corona”.
SCATTARESCIA (R.t.) : dal verbo dialettale del brindisino scattarisciari = scoppiettare, crepitare. Qui, però, il termine va interpretato in una particolare accezione, d’altronde deducibile dalla situazione: il sole estivo lancia i suoi raggi che scottano come le scintille che, d’inverno, sprizzano dai carboni ardenti, che scoppiettano, sì, ma bruciano, scottano. “Lu cautu ti stu soli mi sta bruscia” = il caldo di questo sole ci sta bruciando; “sta scattarescia nu cautu” = sta facendo un caldo!
SCAZZICARI (nò) (M. a c.) : letteralmente, non scalzare, sollevare la crosta dalla piaga, per rinnovare, inasprire il dolore, la sofferenza; qui, in senso figurato: non mi fare ricordare che ho un figlio corto di cervello, che non capisce nulla, perché il solo pensiero mi fa star male; “zitto”, perché non so proprio quale utile consiglio posso attendermi da uno come te. Oltre il testo: “scazzaca cuddu chianconi” = solleva e magari scosta quella grossa pietra, quel macigno; “mi sta scazzaca na fami” = sento un languore di stomaco, un forte stimolo di fame. “Nò mi scazzicà la piaca” = non mi ricordare quel fatto doloroso.
SCCAMARIZZU (R.t.) : dal verbo scricchiolare o scricchiare = produrre un piccolo rumore appena percettibile; quindi, qui, scricchiolio, cigolio di un mobile, di una porta. Ma anche, oltre il testo: crepitio, cric-cric di oggetti (vetro, noci, ecc.) che si vanno lentamente frantumando, spezzettando. “Lu scamarizzu ti li scarpi nuevi” = lo scricchio delle scarpe nuove; “lu scamarizzu ti la cannedda” = il cri-cric del tarlo.
SCCAMATI (uecchi) (M. e n.) : occhi pieni di “scame”, di “cispa” (una specie di “deposito lacrimale” che si condensa, soprattutto di notte e quando è in atto una malattia, tra le palpebre); essa, a volte, chiude completamente gli occhi ed impedisce di vedere. Oltre il testo: “lassulu sciri cuddu scamusu” = lascialo andare quel tizio che non si lava nemmeno la faccia.
SCETTA (SCITTARI) (M. e n.) : dal latino iectare = gettare, buttare sangue. Ma in questo contesto comunicativo, il termine non descrive solamente, ma esprime rabbia, disappunto, e comunque uno stato di agitazione, perché senza la necessità dei salassi che fanno “gettare” sangue, il salassatore non lavora, non guadagna e quindi vive nella miseria più nera. A volte si usa dire: “scetta lu sangu e settiti”= è un invito minaccioso, nel senso che chi perde sangue non può che “stare fermo”. “Ma ci tu scittavi (buttavi) lu sangu e mi sintivi, cce succitiunu sti cosi?” = ma se tu mi davi retta, che succedevano queste cose?
SCIAMMERGA (L’er.) : il termine significa “zamarra” o “zimarra” e, secondo il Rohlfs, deriva dal nome del Generale tedesco Schomberg che l’introdusse in Spagna. E’ un abito lungo, proprio di “uomini di alto rango”, nobili. Dopo il XVI secolo è andata assumendo diverse funzioni: da abito talare a vestaglia da camera con ricami ed orpelli vari, da cappotto abbondante e cadente a pastrano. Qui, sciammerga, dato il tono ironico ed offensivo, sta per indicare persona trasandata, mai curata, anche se poi si atteggia presuntuosamente a nobile. Molto frequente è anche l’espressione: “quedda menza sciammerga” = persona sciatta, da quattro soldi, di poco valore.
SCIENNUMA (R.t.) : dal latino gener-generi = genero, genero mio, mio genero; marito di mia figlia. Pure: norama = nuora mia, mia nuora (dal latino nurus-nurus), moglie di mio figlio.
SCIGGHIAMU (M. a c.) : (ved. anche “scigghioni”). Qui: se non si mantengono i patti, cancelliamo, scombiniamo tutto e non se ne parla più. Oltre il testo: sparpagliare, spandere, spargere: l’erba secca, la sabbia, il grano sull’aia perché si asciughi e si essicchi maggiormente, il concime sotto gli alberi, ecc. ecc.
SCIGGHIATI (V.v.d.) : dal verbo “scompigliare” e, “scegghiare” del dialetto leccese = disordinate, slegate, famiglie affettivamente prive di un’organizzazione con ruoli definiti ed ispirati a grandi valori etici, come le famiglie di vecchio stampo; è evidente l’allusione alla famiglia patriarcale, numerosa, coesa, affiatata, legata da forti vincoli affettivi e dedita al lavoro. SCIGGHIONI (R.t.) : la stessa derivazione del termine precednte = scompigliatore, disordinato che, dove passa, come il vento, sparpaglia e sporca tutto. E evidente il riferimento al fatto che il protagonista è un fumatore e, con vivo disappunto della suocera, usa disperdere la cenere sui pavimenti. Oltre il testo: “e tu cu cuddu scigghioni ti la faci?” = e tu con quel grande… te la fai?; “lassulu sciri, nò vì quant’è scigghioni?” = lascialo andare, non vedi quanto è disordinato?.
SCILAZZI (M. a c.) : certamente da scelu o scelata = gelo o gelata, fenomeno tipico delle notti invernali, quando la temperatura si abbassa al di sotto dello 0° e quindi si formano delle minuscole goccioline di acqua sulle piante, compromettendone lo sviluppo e quindi il prodotto. La “scilazza” si distingue in qualche modo dal “chitro” o “chitratura”, conosciuta come brina: strato sottile di ghiaccio simile ad una lastra di vetro (Kitru) che si forma alla superficie di piccole “conche” naturali piene di acqua. Oltre il testo: “Stamatina nc’era na scilazza” = questa mattina c’era una gelata, una fitta rugiada; “la scilazza n’è futtuti li frutti” = la gelata ha fatto cadere i frutti.
SCINDUTA (M. a c.) : dal verbo dialettale brindisino e leccese scennere, scappare, quindi andar via, fuggire (confronta il siciliano fuitina) col proprio innamorato in attesa del matrimonio riparatore. Forse anche da “accondiscenduta”, consenziente, d’accordo col seduttore (Di Giulio). Ma qui sta per “sedotta” = è rimasta sedotta, ma abbandonata, senza alcuna prospettiva di matrimonio col reale seduttore. E allora? Trovare un ragazzo “chiù mancu scommutu”, al limite della dabbenaggine, per “riparare” l’altrui misfatto. Modi di dire: “ndi la scindiu e l’abbandunau” = la sedusse e l’abbandonò; “si ni sciu e rumasi scinduta” = se ne scappò, ma rimase “zita” (nubile). Un sinonimo sempre dialettale, ma ancora molto ricorrente nel linguaggio popolare è: rricapitata = è capitata nelle promesse ammaliatrici di qualche dongiovanni ed è rimasta fregata, cioè sedotta senza alcuna speranza di sistemazione matrimoniale.
SCINTROSA (la) (M. a c.) : scema, stupida; ma qui è usato come un appellativo per antonomasia: Carmela “la scintrosa”, come per dire “la scema” del paese; per questo c’è un’energica reazione di protesta, di rabbia. Ma può anche intendersi come soprannome: es. la “scorciatiavuli”, la “trainiera”, la “pizzara”, ecc. ecc.
SCINTRUSU (L. s.) : l’ipotesi che derivi dal verbo scentrare non è del tutto azzardata = essere fuori centro; al participio passata scentrato/a = dicesi di persona non bene “centrata”, equilibrata, comunque con le “rotelle” non perfettamente “centrate”, perciò, qui: tu sei uno di scarsa intelligenza, uno stupido, uno scemo. Oltre il testo: “sulu li scintrusi com’a tei fannu quiddi sbagli” = solo uno stupido come te commette quegli errori.
SCIOCULA (M. s.) : dal latino iocus o, più attendibilmente ioculus = gioco, atto scherzoso, poco serio. In questo contesto situazionale, significa: noi dobbiamo pensare seriamente al nostro futuro e tu stai pensando a scherzare, a ridere, alle chiacchiere. In genere, porta sciocula, è scioculano o sciuculano chi fa battute per far ridere, “tiene la capu fresca”, tende a passare il tempo (buontempone) senza darsi cura dei problemi reali.
SCIRRARI (V.v.d.) (N. ti p.) : da scordare, nel senso di dimenticarsi, togliersi dalla mente quegli orologi, non li pensare più. Da qui derivano i termini ancora molto usati: scirratizzu, scurdatizzu = soggetto che dimentica (toglie dalla mente) o scorda (toglie dal cuore) facilmente qualcosa o qualcuno.
SCIRRATA (L’er.) : stessa derivazione: qui il senso è identico, ma la situazione è diversa: credi proprio che io mi sia “scirrata”, non ho più nella mente il tuo passato prima di sposarti con l’attuale marito? Conservo nella memoria quella scandalosa vicenda che precedette il matrimonio.
SCIUSCETTU (M. e n.) : il figlioccio, il bambino, il fanciullo che il “compare” teneva (e tiene) a battesimo o a cresima ed al quale egli era “soggetto” a (aveva il dovere di) portare rispetto come ai genitori. Dal latino subiectus, assoggettato (in senso buono) a seguirne i consigli ed i buoni esempi.
SCIUSCIATU (L.s.) : forse da “scudisciare” e da scudiscio = sferzare, colpire, percuotere con la sferza, col bastone; quindi, lo ha colpito con lo scudiscio o altro attrezzo di uso domestico (battipanni, mattarello, ecc.); già prima gli aveva fatto “na mazziata”, lo aveva punito con una “mazza”. E’ evidente che in questa famiglia il ricorso ai mezzi duri di punizione era frequente. Anche, in altri contesti, “soffiato”, soffiare col ventaglio (Di Giulio).
SCOCCHIUNU (si) (R. t.) : da coppia, dialetto “cocchia”, “cocchiare” = col prefisso “s”, “scocchiare”, dividere una coppia; in questo caso, di sposi. Quindi, si separano o attraverso una separazione consensuale o di fatto o con il divorzio (oggi), per cui ogni coniuge imbocca una nuova strada per conto suo.
SCRAFAZZATU (L. s.) : dallo spagnolo descabezar = schiacciare e quindi dal dialetto brindisino scrafazzari; ma, come dice il Rohlfs, possono prendersi in considerazione anche i verbi scafazzare, scavazzare; non è escluso, però, che possa trattarsi di un “incrocio” tra scrafagnare (schiacciare per distruggere) e scrafazzare (pestare sotto i piedi). Qui, schiacciato o compresso dalla “quinta” che gli è caduta addosso. Oltre il testo: “ti scrafazzava la capu pi cuddu c’ha fattu” = ti pesterei la testa per quello che hai fatto.
SCUARTATI o SQUARTATI (P. e C.) : - riferito a persona: dal latino excoriare =scorticare, spellare (pelle, cuoio), con tante escoriazioni sul corpo prodotte dal duro lavoro nella masseria, nei campi, nell’uso di pesanti arnesi di lavoro o a contatto con sterpaglie;
- riferito a cose, dal latino exquartare derivato da quartus, quarto = fatti in quattro, ridotti a pezzi, a brandelli gli abiti.
Certamente, Cola è soggetto all’uno e all’altro inconveniente o fenomeno.
SCUERNU (L’er.) : scorno, da scornare = avere un senso di vergogna, di umiliazione per aver compiuto (o essere sul punto di compiere) un atto assolutamente non rispondente a certi canoni di comportamento normalmente assunti. Lo “scuerno” si può provare anche per un’impresa fallita o una sconfitta subita. Ma in questo contesto vale la prima accezione/decodificazione: persone “azzett’a Diu”, timorate di Dio, piene del senso del rispetto non arrivano a fare certe cose e, se le fanno, almeno si vergognino o si pentano. Oltre il testo: “mar’ammei, cce scuernu (cce frusta) pi sta famiglia” = povera me, che vergogna per questa famiglia!
SCUETULI (M. a c.) : l’etimologia si rintraccia certamente nel verbo latino excutere, scuotere, sbattere; ma qui è usato in una particolare accezione, d’altronde ricavata nel testo: far uscire/cadere giù (qualche soldo) dalla tasca, rovesciandola. Traspare evidente il tono ironico dell’osservazione: miseria, solo miseria esce da quelle tasche; sei un malpagatore, avaro, tirchio. Oltre il testo: “scuetuli e scuetuli (es. gli alberi di ulivo) e nò cati mancu n’aulia” = abbacchi, abbacchi, ma olive non ne cadono.
SCUMAGNA (M. a c.) : dal latino ex-combinare, sgominare, disperdere nel senso, qui, di disturbare: perché non si disturbi, si sconcerti, si “sgomenti”. Ma un significato ricorrente è: sorprendere, scoprire, riferito a chi sta per compiere un furto o una cattiva azione. Es.: il furto fallì, perché i ladri “fora scumagnati” = furono sorpresi, colti in flagrante. “Fermu, zittu, ci nò scumagni l’acieddi” = fermo, non fare rumore, altrimenti svegli gli uccelli e li fai volare.
SCUNUCCHIARI (V.v.d.) (M. s.) : da “conocchia” (dal latino colucula, diminutivo di colus): una specie di telaio appositamente costruito per avvolgere la lana alla rocca o una struttura con canne o pali per sostenere i tralci della vite. Quindi, sostegno, appoggio, che, quando/se si rompe lascia cadere tutto: lo scheletro rotto lascia cadere il corpo o si mantiene a mala pena, per cui uno si sente “sconocchiato”, non si regge in piedi ed accusa dolori in quasi tutte le parti del corpo per i lunghi sforzi, le lunghe fatiche che ha affrontato/compiuto.
SCURNACCHIATU (cuddu) (La f. F.) : l’etimo è certamente il latino cornu = corno e quindi corna; uomo con le corna, più precisamente cornuto, attribuito, come qui, a marito tradito dalla moglie. Ma il termine viene anche usato come una forma di ingiuria in generale: es. arbitro cornuto, quel cornuto del comandante = cattivo.
SCURRIATU (M. a c.) : richiama certamente il corium, il cuoio, la pelle e quindi il termine latino corrigia, di origine celtica = correggia, staffile, strisce di cuoio legate ad un’asta sottile usata per spronare il cavallo; anche frusta, dallo spagnolo suriago. Se adoperata con forza e frequenza rischia di ex-coriare, scorticare, aprire una ferita sul cuoio. Mezzo di correzione e di ammaestramento usato nei circhi equestri, in cui è frequente lo “schiocco” della “puntetta” o sverzino. Antichi “trainieri” (chi era sul traino tirato da cavalli) si abbandonavano a ritmici schiocchi (spesso accompagnati da canti popolare) i quali erano a volte chiari messaggi trasmessi ai cavalli.
SENSALI (ti servi) (M. e n.) : questo termine è l’ennesima testimonianza che anche i dialetti, pur essendo un codice di espressione spontanea delle popolazioni indigene, residenti in un ristretto ambito territoriale, tuttavia risentono spesso dei flussi migratori; e questo termine deriva dall’arabo simsar che, a sua volta, deriva dal persiano saposar = sensale, mediatore. E’ una figura di rilievo nelle contrattazioni per la compravendita di generi diversi o, come qui, la collocazione di “collaboratori domestici”, in passato denominati “servi”. A volte viene usato per “traminzanu” = mezzano, ruffiano ed anche “zanzaru”. Ovviamente, è gente prezzolata. Oggi si parla anche di “caporali”, come collocatori-sfruttatori.
SERRATINA (M. a c.) : pure “sirratina” dallo spagnolo sierra, sega: un freddo sottile, “tagliente” di tramontana, che, se non sei ben coperto, penetra sino alle ossa. Fenomeno tipico delle serate invernali. Oltre il testo: “chiuti bona quedda porta ca sta trasi na sirratina” = chiudi bene quella porta, perché sta entrando uno spiffero freddo, gelato.
SGARZARESCIUNU (L’er.) : è un termine di conio prettamente mesagnese; forse, stando al contesto, può richiamare il verbo italiano “smidollare” da cui “smutuddari” e quindi “sgarzarisciari” = che se la sbrighino, se la risolvano loro, spremendo le meningi, midolla: “mutoddi”. Comunque, non è certamente riconducibile al termine “garza”, guancia, “mascella” e quindi al verbo “sgarzarari” = letteralmente “mangiare con sforzo” (Rohlfs), “a quattro ganasce”.
SICCITA (M.s.) : dal latino siccitas-tatis, derivato da siccus = secco, arido, asciutto. Quindi, scarsezza di pioggia, di quella pioggia che garantisce la quantità e la qualità del prodotto, fonte di reddito e di benessere in generale, e per i contadini in particolare. Spesso l’economia di un paese dipende molto da questo prezioso fenomeno atmosferico, specialmente quando si verifica in particolari periodi (es. Maggio: “acqua di masciu”, autunno).
SICURDUNA (La f. F.) : dal latino sine corde uno = senza cuore, senz’alcun senno, senz’alcun avviso, improvvisamente, a tradimento (Garrisi); termine molto usato nel linguaggio verbale = all’improvviso, di sorpresa. “Lu pigghiau alla sicurduna” = arrivò all’insaputa, all’improvviso, senza farsi accorgere.
SIERSA (M. e n.) (M. s.) : voce dialettale ancora usata qui da noi = suo padre. Il Rohlfs sostiene che forse deriva dal francese sire, signore. Importato dai Normanni ed adoperato in imitazione dal greco xopios, padrone e padre di famiglia. Da qui il concetto di capo cui spetta la patria potestas (di derivazione latina), cioè il potere esercitato dal padre nel governo della famiglia. Il rischio di questa figura è quello dell’autoritarismo, che limita, blocca la libertà e la spontaneità dei componenti.
SIGNURA LETA (L’er.) : è una classica figura della “mitologia” mesagnese, in gran parte ricostruita con riferimenti e congetture varie. Non è questa la sede per descrivere la nascita e le vicende di questa “signura”, ma è suffiente dire che essa è protagonista/vittima di una metmorfosi: da “bella donna” diventa tanto brutta da incutere paura. A volte la s’invoca come “folletto” o spirito maligno. Comunque, qui: “Uhè, brutta femmana ca nò sì atra!” = ehi, brutta donna che non sei altra…: è un evidente insulto.
SMALIGGIARI (M. a c.) : da malizia, perciò smaliziare = rendere meno ingenuo, più furbo, più esperto nella vita, nei rapporti interpersonali. Ma qui, dal contesto, si rileva che il significato è diverso: non me lo imbrogliare, perché sono già tanti i guai che abbiamo per la testa; non gli fate venire brutti pensieri, “grilli” per la testa.
SMIRCI (L’er.) : a volte anche “sguirci”, dai verbi smirciare (sbirciare) o “sguercire” = guardare di sbieco, in maniera obliqua, storcendo l’occhio. Quindi occhi storti propri di un guercio. Qui il difetto fisico viene sottolineato in senso provocatorio e forse offensivo: ma dove guardi, a chi pensi? Guarda me, fissa lo sguardo su di me, “fiore fiorito”. Oltre il testo: “viti, vì, nò ci stà nguerci?” = vedi, vedi non stai vedendo?
SMUTUEDDI (R.t.) : da “mutoddi” (ved.): “è inutile che tu stia smidollando, scervellando, ormai questa è l’unica soluzione che ti rimane”. Oltre il testo: “ti stà smutueddi pi nienti” = ti stai lambiccando il cervello per niente.
SPAGGHIU (ti) (La f. F.) : dal verbo “spagliare”, rompere la paglia con cui è intessuto il fondo di una sedia. Qui: ti rompo una sedia (impagliata) sulla fronte. Questo tipo di “fondo” era molto più diffuso ieri rispetto ad oggi, in cui l’architettura (per interni) e la nuova tecnologia hanno fatto notevoli progressi. Comunque, la sedia “impagliata” (con fili di paglia o rafia) esiste ancora, come esiste “lu mpagghiaseggi” itinerante.
SPARAGNU (senza) (La f. F.) : da risparmiare (secondo il Rohlfs dal longobardo sparajan): risparmio, gruzzoletto, denaro messo da parte contenendo, limitando le spese. In questo contesto: punizioni “senza sparagnu” = botte a non finire. Proverbio: “Lu sparagnu vali chiù ti lu uatagnu” = il risparmio è più importante del guadagno.
SPICCIO (M. a c.) : da “spicciare” = terminare, finire, completare; quindi, qui: termino, finisco. E’ insito il concetto di fretta: finisco, sbrigo tutto velocemente. Dal francese antico despecchier (Treccani): portare subito a termine un lavoro. Oltre il testo: “Ci nò ccumenza nò spiccia”, chi non comincia non finisce = solo chi inizia un lavoro può pensare alla fine.
SPILO o SPILU (M. e n.) : dal greco spilos = macchia; si riferisce, in questo senso, “allu spilu” delle gestanti, che potrebbero far nascere nel bambino un segno (neo, voglia); ma qui, dal verbo dialettale brindisino “spilare” = desiderare; quindi, per estensione: desiderio, forte voglia di qualcosa. Oltre il testo: “spilusu” è chi va alla ricerca di cose (leccornie) prelibate. “Mangia, ci tieni fami, stu spilusu ca nò si atru” = mangia, se hai fame, non esprimere altri desideri; “nò fari lu spilusu” = in altra accezione, “schifiltusu”, lo schizzinoso, “lu difficili” = chi non si accontenta facilmente di quello che gli si dà.
SPRUSCIATU (M. s.) : da una deformazione del verbo italiano “sfrusciare”, ma non nel senso di “produrre fruscio”, bensì nel senso di scivolare, sguizzare; perciò mi è scivolato, scappato, sguizzato come un’anguilla e non mi ha dato nemmeno il tempo d’iniziare il discorso. Oltre il testo: “l’è sprusciatu tuttu” = lo ha bagnato tutto; “è fatta na sprusciata t’acqua” = è piovuto per poco, ma forte.
SPURTISCIARI (M. s.) : forse (è azzardato?) da “sportare o sporgere” = essere, andare oltre la porta, “sporteggiare”. Quindi, mandare via magari con qualche spinta o qualche parolaccia gridata ed accompagnata da gesti o “linguaggi corporei” In altri contesti, “sportisciare” secondo il Rohlfs: “distribuire il letame in piccoli cumuli nei campi”.
SPUTAFOSURI (P. e C.) : non c’è un etimo certo; forse sta per “sputafuso”, “donna non atta a nulla” (Rohlfs) perciò infingarda, che non è capace o non ha voglia di fare le cose per bene. Data l’atmosfera calda in cui si svolge l’azione, è molto probabile anche che Cola rimproveri a Pernia di essere una malalingua, una “sputa saette”, facendo coincidere queste, in senso figurato, col “fuso”, arnese di legno appuntito solitamente usato per filare la lana.
SSIGNUTTI (N. c. C.) : dal latino singultus = singhiozzo; è la manifestazione di un irrefrenabile e duraturo accesso di pianto dovuto, come qui, a forte agitazione. Oltre il testo: “caminava a ssignutti a ssignutti = camminava a singhiozzi, a salti, con irregolarità.
SSIRI (ha) (R. t.) : dal latino exire, uscire. “Tu devi uscire (da questa porta) di scena per entrare in un altro ambiente”.
SBRUEGGHI (M. a c.) : dal latino explicare, sbrogliare: sbroglia, dipana tu la matassa, cioè, in senso figurato, tocca a te risolvere questa situazione complicata, intricata, perchè tu hai combinato tutto il pasticcio. Un termine molto usato per la sua efficacia espressiva.
STOMPISCIARE (M. a c.) : è una parola volutamente “storpiata”, sottoposta a forzatura del termine “stompare” o “stumpare” = pestare (da cui pestaggio), calpestare, torturare. Ma il termine, in situazioni extratestuali, ha un altro significato, strettamente legato alla cultura antica: pigiare, “stumpari” l’uva nell’apposito “palmento” con ritmo cadenzato per ricavarne il mosto. Ma ancora richiama “lu stuempu”, sorta di mortaio ricavato solitamente da una speciale pietra calcarea incavata per pestare, schiacciare, sbriciolare il grano con apposito pestello che, in questo caso, sostituisce i piedi. Altro arnese domestico che i verbi “stompare”e “pestare” richiamano alla memoria è “lu stompa-sali” o “pisa-sali” usato per ricavare dal sale grosso quello fino. Ma è tutto un ricordo, perché la tecnologia ha fatto scomparire quasi tutto!
STRAFUCAMU (M. e n.) : da “strafogare” o “strafocare” o “strafucare”, termini frequenti nei nostri dialetti: ce li mangiamo con avidità e rapidamente, tanto da correre il rischio di strozzarci (dal longobardo “strozza”, gola – Treccani), quello che a noi interessa è far loro dispetto. Riflettendo attentamente, non è difficile rintracciare anche un richiamo al latino fax-faucis = gola, fauci; quindi ci strangoliamo tanto da affogare.
STRANGOGGIUNU (M. s.) : dal latino strangulare (letteralmente prendere per la gola, stringere la gola così forte da provocare quasi un’asfissia). Qui, per estensione, trovarsi in difficoltà nel sopravvivere: le grandi città, come Milano, ti disorientano, ti stordiscono, ti rendono la vita impossibile se non hai qualcuno a cui “appoggiarti” o che, comunque, comprensivo, ti accolga con benevolenza, come, fortunatamente, capitò al povero giovane protagonsta partito dal Sud alla ricerca di una sistemazione socio-economica dignitosa.
STRASCEDDA (M. s.) : termine dialettale tipicamente brindisino; sta per “stascedda”, assicella di legno appositamente segato e sagomato per mantenere dritto o puntellare un oggetto. Secondo il Rohlfs, dall’antico italiano “staggia” (etim. latina stadium): asta, stecca di legno. Qui, in senso figurato: il cervello è privo di qualche asta (rotella?) d’appoggio, non si mantiene in equilibrio, dà i numeri, non funziona perfettamente; chi ne è colpito rasenta la pazzia, non ragiona.
STRAULONA (alla) (M. a c.) : d’ignota etimologia, dicesi di persona alta e robusta che si muove portando scompiglio o, come in questo caso, usa con forza strumenti (es. manganelli) per punire. “alla straulona”= in maniera forsennata, senza guardare dove e come si colpisce. Oltre il testo: “Sì nu strauloni” = sei uno che ti butti, ti muovi con irruenza, senza renderti conto delle conseguenze, senza rispettare niente e nessuno, scuotendo e facendo cadere qualunque cosa e chiunque.
STREUSI (M. s.) : voce dialettale squisitamente mesagnese = strani, incomprensibili, fuori del comune. Come sono diversi da noi gli abitanti di Milano, così lo sono i Santi! Anche estroso, bizzarro. Oltre il testo: “nò parlà streusu” = non parlare in modo incomprensibile; “pircè mi stà uardi streusu?” = perché mi stai guardando in modo strano, con gli occhi storti?; “cuddu è nu tipu streusu” = quello è un tipi strano, falso e bugiardo; “nò mi stà fa lu streusu” = non mi stare a fare lo gnorri.
STRIFIZIU (M. s.) : è un termine d’uso frequente, ma d’incerta derivazione. Generalmente, viene inteso come “moltitudine”. Qui, in particolare, significa: un numero grande, sterminato di nipoti. Oltre il testo: “è uatagnatu nu strifiziu ti sordi” = ha guadagnato una grande quantità di denaro; “è fattu nu strifiziu di errori” = ha commesso un elevato numero di errori.
STRIGGHIATU (M. a c.) : dal verbo strigliare (dal francese estrille, striglia): usare la striglia, una specie di spazzola usata per pulire e pettinare (brusca e striglia) il pelo del cavallo. Qui, riferito a persona, con ironia: pulita, messa a lucido. Oltre il testo: “s’è pigghiata na strigghiata ti mazzati” = si è presa una sonora serie di percosse con “ugghina” (ved.) o “scurriatu” (ved.); “Osci è strigghiatu” = oggi è stato (rimproverato, redarguito) punito per una cattiva azione.
STRINCHIULU (M. s.) : dal greco strenos, da cui “strinchiulisciari” e “strinculisciari” (propri del brindisino e del tarantino) e “strinculare” (del leccese): avere voglia di ridere, di far baldoria. Qui: vivacità, manifestazione smodata, esagerata di brio, di allegria, tipica dei ragazzi spensierati, di persone in stato d’euforia. Vi si abbandona chi non sta nella pelle “pi lu priesciu”, per il piacere che gli procura una certa situazione che si va evolvendo secondo le sue aspettative (salti, balli, risate). oltre il testo: “lu pudditru s’è misu a strinchiulu” = il puledro s’è messo a fare salti, a galoppare.
STRUELICHI (R. t.) : dal verbo “strulecare” o “strologare” = borbottare, brontolare, fare congetture per dari spiegazione di un evento misterioso; perciò: ma che stai brontolando, che vai dicendo, arzigogolando, fantasticando? Ma è usato anche come sostantivo “struelucu”: “nc’è statu nu struelucu” = c’è stato un gran parlare, un mormorio per quel fatto straordinario (es. viaggio sulla luna, matrimonio principesco, funerale di stato, vincita miliardaria in un paesino, omicidio, ecc. ecc.).
STRUPPIATA (R. t.) : da storpiare, quindi “stroppiare”: storpiata, scomoda, perché la poltrona, per quanto comoda possa essere, non consente di stendersi in maniera fisiologicamente corretta e quindi riposare e rilassarsi. Oltre il testo: “Ci nò ti stà fermu mò ti stroppiu” = se adesso non stai fermo, ti rompo le ossa; “è struppiati tutti li palori” = ha storpiato, stravolto la pronuncia di tutte le parole.
STUTA’ (m’hata) (M. e n.) : dal latino antico ex-tutare = togliere dalla protezione, dal posto “sicuro” (tutus) i pegni, cioè gli oggetti che sono stati dati in cambio di moneta; quindi: mi dovete spegnere il debito restituendo il denaro con gli interessi e ritirando (liberando) i pegni. Voce ancora usata nel dialetto, anche se meno di frequente, ma essa richiama un triste fenomeno ancora oggi molto diffuso: l’usura (le cambiali al posto degli oggetti!).
STUZZARIEDDI (R.t.) : diminutivo di “stuezzu”, forma dialettale di “tozzo” = pezzo “tozzato”, tagliato da un tutto; tanti pezzettini sufficienti, preparati o raccolti, per uso specifico. Qui, per estensione: tanti piccoli pezzi, particelle di cenere sparpagliate sul pavimento che scatenano l’ira della suocera.
SUEZZI SUEZZI (R.t.) : uguali – uguali = due metà della casa “nostra”; in caso di divisione della proprietà (la casa appunto), questa dev’essere divisa in due parti uguali, tra marito e moglie. Questa vuole essere una minaccia per Alberto. Oltre il testo: “Vagnù, spartimu suezzi” = ragazzi, dividiamo (il tutto) in parti uguali, tra tutti noi.
SUPALI (lu) (L’er.) : certamente da “siepe”; una linea di confine, di “separazione” tra una strada ed un terreno; andare dietro ad un “supali” significa andare a nascondersi per…; quindi proprio il verbo “separare” può essere l’indicazione etimologica del termine. Un “supali” può essere costituito da un muro a secco, una serie di piante o alberelli strettamente accostati, un filare di agavi (“spuntuni”), di fichi d’india, ecc.
SUTA (si li) (M. e n.) : da sudore, quindi sudare = lavorare, guadagnare con sudore. Qui, Gemma, la ballerina, i soldi se li suda co i…piedi, ballando, perciò merita una grande festa di compleanno. Oltre il termine: “Tuttu cuddu ca viti è fruttu ti sudori ti la fronti” = tutto quello che vedi è frutto di sudore della fronte (o dei…piedi), di duro, “sudato” lavoro.
TATA (M. e n.) : dal latino tata-ae, papà, padre. Termine molto in uso nelle regioni a marcata caratterizzazione contadina; ma oggi è stato sostituito proprio dal termine papà o babbo. Bisogna però chiarire che la voce “tata” esprimeva, racchiudeva in sé il concetto d’autorità e di rispetto, valori fondamentali dell’antica famiglia numerosa e “patriarcale”. Oltre il testo: “tata” è anche il nomignolo di “balia”, forse richiamando il primo balbettio dei bambini: ta-ta. Proverbi e modi di dire: l’arti ti lu tata è menza mparata” = il mestiere/la professione del padre, per l’intima convivenza, è spontaneamente acquisita dal figlio.
TINAGGHIA (L. s.) : dal provenzale tenalha, che corrisponde al tardo latino tenacula derivato, a sua volta, dal verbo tenere, stringere = tenaglia, per lo più usata al plurale tenaglie (come forbici invece di forbice), quale utensile adoperato per afferrare, stringere ed a volte anche troncare pezzi metallici (es. fili di ferro). Ma qui è usato in senso figurato: quella tenaglia, per definire una persona autoritaria, possessiva, capace di torchiare, non aliena dalla maldicenza. Oltre il testo: “ci ccappi sott’a quedda tinagghia ti mammata...”= se capiti, cadi tra le grinfie o nelle aggressioni verbali di tua madre...
TIRATURU (V.v.d.) : dal francese tiroir, tirare; quindi, un “incrocio” di cassetto e tirare; d’origine lombardo-piemontese tiret; se, però, tiretto si riferisce al cassetto di una scrivania o di un mobile in generale (da qui cassettiera), qui “tiraturu” sta per il tiretto dell’antica tavola della cucina, in cui si deponevano le posate, ivi compresa la “cucchiara ti li favi”, il cucchiaio di legno adatto a rimestare (“ruzzulari”) il “purè” di fave (ovviamente cucinato “alla pignata”).
TITTER (R)I (M. s.) : voce strettamente dialettale mesagnese = antichi modi di dire, frasi fatte o anche proverbi, sentenze che si tramandano oralmente e che ovviamente riflettono i costumi, le usanze della vita giornaliera. Se è così, “titterri” deriva da “detti”, cose dette ed osservate come regole di vita. Quindi, la radice, la derivazione del termine sta nel participio passato del verbo dire (dictus).
TRASIRI (pozzu) (L. s.) : ved. pure “trasitore” ma in una diversa accezione = posso entrare? E’ un modo educato e civile di chiedere permesso (c’è permesso?).
TRASITORE (M. a c.) : da “trasiri” (forma dialettale tipicamente salentina) = entrare, ficcarsi dentro; entrature: capacità, modo di trovare le vie (trasitore) per raggiungere dei “notabili” ed averne dei favori, previa, ovviamente, l’offerta di servigi o altro;”troverà il modo (trasitora) per assicurare agli sposi ogni benessere”. Oltre il testo: “Eti nu tipu trasiticciu (o trasitizzu) = soggetto capace d’intrufolarsi, d’intrecciare rapporti o combinare intrighi con chiunque, in cambio di un’agevolazione; estroverso ed affarista. Oppure, cibo talmente saporito, “ca trasi”, si lascia mangiare facilmente, senza bisogno di companatico o senza che ci sia una grande fame.
TRASTALOGIACA (L. s.) : è certamente un termine di conio dialettale forse da “translogica”, nel senso di oltre/al di là, al di fuori della logica = una persona che dice e si contraddice, incoerente, che cambia con fredda disinvoltura le carte in tavola, un’imbrogliona e perciò da trattare con diffidenza. Frase: “lassala sciri quedda trastalogiaca” = non dare retta a quella pettegola.
TRIGNI (L’er.) : d’etimo incerto, ma è un termine molto usato, specialmente nei litigi tra donne (come in questa situazione) = capelli lunghi e radi; è una forma di minaccia in momenti di esasperazione: “ti tiru li trigni”= ti strappo quei quattro capelli. Oltre il testo: prugna acerba, aspra; “quiddi frutti stannu ncora comu trigni”= quei frutti sono acerbi (“usci”), perciò aspri, amari.
TTANTACORI (P. e C.) : in particolare, è certamente composto da “battere” e “cuore” = batticuore, una forte palpitazione cardiaca (tachicardia, fibrillazione); ma qui va inteso in senso generale: malanno, raffreddore, polmonite, una malattia in genere: tutto questo trambusto può farmi stare male di colpo.
TTUPPU (lu) (P. e C.) : forse da “intoppare” (dialetto “ttuppare”) = intoppo, urto, inciampo. Nella cultura popolare, il termine va inteso, proprio come in questo caso, in senso estensivo: tocco/esperienza pre-matrimoniale, grande offesa per un’onesta donna di casa, come si riteneva Pernia.
TUBBULETTU (P. e C.) : termine ormai in disuso; certamente dal latino tubus, tubo, ma più precisamente dal suo diminutivo tubulus = guaina, capo di abbigliamento femminile intimo, che, in passato, coincideva con la sottana o sottoveste, ma oggi è così ben confezionato, che serve a modellare il corpo della donna “dal petto all’inguine”.
TUMMINI (L’er.) : dalla “forma araba thuman”, e quindi “tumano”, “tummunu” = tomolo. In questa situazione, si riferisce alla misura di superficie che, soprattutto nell’Italia centro-meridionale, varia da una località all’altra (55 – 72 – 85 are di terreno). Oltre il testo: il tomolo (o li “tummini”) equivale ad una misura di capacità convenzionale per olive, grano, ecc., di cui un multiplo è lo stoppello (“lu stuppieddu”).
TUZZA (M.e n.) : dal napoletano “tozzare” battere un colpo, bussare alla porta, battere un colpo con la mano sul corpo di qualcuno. Oltre il testo: “Sciucamu allu tuzzu allu tuzzu” = famoso gioco di ragazzi (ancora non del tutto scomparso) che si dispongono in cerchio e al tocco si muovono, si rincorrono, per non perdere il posto.
UALANU (L. s.) : certamante da “gualano”, voce del dialetto meridionale, derivato dal provenzale galan = giovane, garzone (Treccani). Qui, da noi, lavoratore agricolo con contratto a termine “addetto sia alla coltivazione della terra, sia, e soprattutto, al governo ed alla cura degli animali, specialmente buoi. Perciò uomo di campagna, di “masseria”, e quindi anche “bovaro”, guardiano di bufali (Gazzetta del Mezzogiorno del 26.3.2000) bubalanus (id.). Qui si vuole mettere in evidenza l’aspetto comportamentale: uomo di modi rozzi, bifolco. Oltre il testo: “vani, và, và fani lu ualanu” = vai, và, vai a fare il guardiano di buoi.
UASTASI UASTASIEDDU (L. s.) (R. t.) : voce siciliana (vastasu o vastasi) dal latino medievale vastasius o bastasius (Treccani) = facchino, scaricatore. Spesso, qui da noi, è stato usato per sensale (ved.), “traminzanu” = mediatore. In questo contesto, va considerato in senso estensivo: rozzo, screanzato, scostumato, villano, cattivello.
UCCERIA (V.v.d.) : dal latino occidere, ammazzare, macellare e quindi macelleria, negozio di carne macellata. Nel tempo, la “bottega” della carne è andata specializzandosi: carne bovina, equina, suina, polleria; ma oggi, la veloce diffusione di super ed iper mercati ha assorbito tutte le “carni”, riducendo irrimediabilmente il numero delle “uccerie”.
UGGHINA (M. s.) : dal latino verga (nerbo) e bubulina (di bue) = nerbo di bue che, opportunamente conciato ed essiccato, diventava un dolorosissimo strumento di punizione, se non addirittura di tortura. E’ chiaro che qui si gioca sull’equivoco o sul doppio significato: “cce frusta” = “che vergogna” (espressione mesagnese molto frequente) e “frusta” = cordone intrecciato con più funicelle legate ad un’estremità, per colpire, stimolare, “frustare” il cavallo in corsa (ed anche schiavi o condannati d’altri tempi).
UMMA (M.a.c.) : anche questa figura, come “mamoi” (ved.) fa parte di una credenza popolare: personaggio che incute paura e perciò, per la forte emozione che provoca, fa sbiancare fino allo svenimento chi crede di vederlo o se lo immagina.
UMMI (R. t.) : certamente dal latino lumbus, lombo e quindi lombi. Ma qui “tuluri all’ummi” (dolori ai lombi), più in generale, dolori a tutta la regione lombare, la spalla, il “fondoschiena”.
UTTISCIANA (N. ti p.) : qui sta per “settimana” passata; ma il vero significato del termine deriva dal latino dies quotidiana, giorno, ogni giorno lavorativo, tant’è vero che, solitamente, si dice: andiamo, lo facciamo, c’incontriamo “nu giurnu ti uttisciana”, un giorno feriale, non festivo. Col termine “uttisciana”, qui, ci si vuole riferire al tutto, a tutti i giorni lavorativi trascorsi nell’ultima settimana. Il significato di “quotidiana” è confermato anche da Antonucci (ved. bibl.) a pag. 12.
VAMMACI (N. c. C.) : dal latino bambax-cis = bambace, bambagia. La si ricava da “una pianta delle graminacee…a spiga tonda e rivestita di lanugine” (Zingarelli), che, quando arriva a maturazione, si apre e lascia uscire un batuffolo bianco di cotone. Dopo la filatura si accumula tanto “cascame” che, specialmente in passato, veniva utilizzato per confezionare morbidi pagliericci o giacigli o “imbottite”. Qui, “l’ha crisciutu ntra la vammaci” = lo hai allevato con modi molto delicati, con iperprotezione, per cui (tuo figlio) è un viziato, uno a cui piace il dolce far niente. Forse, da “vammaci” deriva “vammacedda”, anch’essa un cumulo di peluria, che si accumula, a volte, in ambienti igienicamente poco curati o che si trova in qualche frutto (es. carciofo) raccolto oltre il tempo di maturazione. Oltre il testo: “stà nevaca comu na vammaci” = la neve cade come fiocchi di bambagia.
VANTILE (M.a.c.) : da avanti, “avantile” e “davantino”: indumento che solitamente la massaia (ma anche altri lavoratori) indossa “dalla cintola in giù”, sulla parte anteriore del corpo mentre sfaccenda in casa; anche grembiule o grembiale, da “grembo”, ma di forma diversa, anche se la destinazione d’uso è sempre la stessa: allungato con un “pettino” o confezionato a mò di camice per proteggere gli abiti; in questo secodo caso può assumere pure la funzione di “divisa”: scolari, bidelli, medici, infermieri, operatori ecologici, ecc.
VARRATTULI (R. t.) : da “barattoli” in genere: “recipienti di vetro o di latta o di coccio” utilizzati per conservare marmellate, pomodori, ecc.; ma anche da giocattoli (da gioco): tanti oggetti, piccoli o grandi usati dai bambini per giocare. Ma qui, il termine vuole comprendere gli uni e gli altri: tante “cose” (ferri, utensili, sedie, macchinine, ecc.) sparpagliate per terra. Frase: “cugghi tutti sti varrattuli”= raccogli tutte queste “cose” disseminate in ogni angolo della casa.
V’E’ NFASSATI (L. s.) : da fascia o “fassa” = striscia di stoffa tessuta solitamente al telaio: fasciati, chi vi ha fasciati. Secondo un’antica usanza, i bambini venivano “fasciati”, avvolti, “costretti” in fasce, perché era opinione diffusa che queste servissero a far crescere sani e “dritti” (soprattutto in rapporto alle gambe). In questo messaggio è chiara l’allusione offensiva alla mamma che ha male allevato ed educato i figli. “Mannaggia ci v’è nfassati” = maledetta la mamma vostra che vi ha male educati.
VERNIA (L’er.) : termine molto frequente nelle conversazioni dialettali anche oggi. D’incerta derivazione etimologica, ha un significato ben chiaro, come si rileva, d’altronde, anche da questo contesto: baccano, chiasso, schiamazzo, vocio intenso, anche di non breve durata; fare “na vernia” = gridare sospinti dal sospetto che sia stata architettata una truffa; vivace litigio tra più persone, parenti e non, che si rimbalzano accuse e proteste. La “vernia” può scatenarsi sia dentro le mura domestiche, sia, in particolare, negli angusti “centri storici”, di solito densamente popolati.
VISAZZI (L’er.) : certamente dal tardo latino bi-saccium = bisacco, doppio sacco, due sacche unite da una fascia adeguata e portate a tracolla, una avanti ed una dietro, solitamente piene di grano o di biada che il contadino seminava su un terreno preventivamente dissodato ed opportunamente preparato. Le “bisacce” venivano usate anche dai frati in giro per la questua, la raccolta di viveri o altro. Qui, indicano l’indignazione esasperata, l’insofferenza di Melina che sente parlare il marito sempre dello stesso argomento con snervante petulanza: basta, non ne posso più (“li visazzi” sono stracolmi), dici sempre le stesse cose.
VOCCULA (M.a.c.) : da “chioccia”, la gallina che “cova” le uova, sotto la protezione delle sue ali perché, col calore del suo corpo,maturi l’embrione e nascano i pulcini. Oltre il testo: “Uh, è cilosa comu na voccula!” = uh, è gelosa come una chioccia, che non permette a nessuno di toccare i propri…figli, pena qualche aggressione col becco; “Eh, mò stà cuntienta comu na voccula” = adesso è contenta come una chioccia che ha tutti i figli vicino (sotto di) a sé.
ZAMBRU (M. s.) : d’etimo incerto, il termine ricorre di frequente nel linguaggio dialettale mesagnese = villano, contadino rozzo. Qui, e comunque in generale, esso è pregno di disprezzo, di rimprovero.
ZANZARU (M. e n.) : vedere “sensali”.
ZUZZUIZZU (L’er.) : anche “zuzzuviu” o “zuzzuvizzu” = grillo, cavalletta, comunque un piccolo animale della famiglia degli insetti, che, proprio per la loro dimensione, non dovrebbero spaventare, incutere paura. Oltre il testo: “Nò ti fa vinì crilli pi la capu” = non fare pensieri stravaganti, capricci, desideri inappagabili; “nduvinala crillu” = indovina tu come andrà a finire la faccenda, il gioco.
ZZICCARI (na coccia) (M.a.c.) : il verbo “ziccare” può significare: incominciare o, come in questo caso, prendere, pigliare (mi ha fatto prendere, “pigliare” un accidente, uno spavento). Può anche essere usato in tono minaccioso, come una maledizione: “cu ti zzicca na coccia, armenu” = che ti pigli (ti capiti) na disgrazia (per quello che hai fatto), almeno. In altri contesti: “ci ti zziccu ti scunocchiu” = se t’acchiappo, se ti prendo, ti spezzo le ossa.
ZZUMPAVA (V.v.d.) : certamente una voce onomatopeica da zump-zump-zump = “zumpare” o “zompare” (saltava per la gioia). Oltre il testo: “è zumpatu lu pareti” = ha scavalcato il muro; “a quedda nutizia, a cci chiui zzumpava e ballava” = a quella (bella) notizia, chiunque saltava e ballava.

Pagina creata il 09/12/2009

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