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GLOSSARIO I-Q

IANGALI
(P.e C.) : il riferimento è certo al “dente molare” che si muove o perché cariato o perché le radici ormai sono malferme; si può fondatamente ritenere che derivi da vanga o più propriamente da una sua componente, staffa o vangile, che è il punto esterno fermamente agganciato al manico e su cui si appoggia il piede per premere e rompere, scalzare la zolla. Insomma si tratta di un portone che sta per cadere come un “dente molare” (nu iangali) perché i cardini sono vecchi e malfermi. Frase: “si cotula comu nu iangali” = si muove… è cadente.
IARATIZZI (M. a c.) : sta per “caratizza”; secondo il Rohlfs: “caratello, botticella bislunga per il trasporto del mosto o del vino (botte carreggiabile)”. Molto usate, in passato, per il trasporto dell’acqua necessaria alla piantagione del tabacco; ma anche oggi, pure di dimensioni molto più grandi, vengono caricate su camion per il trasporto di maggiori quantità di acqua (autocisterne). Qui, il termine vuole indicare una grossa quantità di pioggia tale da allagare un intero rione.
IASTIMATU (M. a c.) : dal tardo latino blasphemare = oltraggiare e anche, come in questo caso, disprezzare per finta, per invidia: un cavallo apparentemente disprezzato, ma, sinceramente e segretamente riconosciuto come bello e desiderato, degno di ammirazione.
IATUCU (nci) (M.e n.) (N. ti p.) : dal latino iactare o iectare = gettare, lanciare qualcosa (un sasso, una freccia, ecc.); qui, invece, sta per: lancio, “ci metto” una buona parola perché l’affare vada a buon fine. Qualche frase oltre il testo: “ci nò mbali, iatuculu” = se non serve buttalo; “do t’ha sa iaticatu” = dove ti sei andato a ficcare (riferito a persona che frequenta brutti locali o cattive amicizie).
INCALCAGNATO (M. e n.) : sta per calcato, da calcare, derivato dal latino calx-calcis (ved. anche “scarcagnulu”)=tallone, calcagno… piede; hai “calcato” le scene. Incalcagnare: battere i talloni, i piedi sulle tavole del palcoscenico = recitare, ballare, cantare. Oltre il testo: “Ti tau na carcagnata ncapu” = ti butto per terra e ti prendo a colpi di tallone.
INGUACCHIO (M. a c.) : anche se il significato del termine, secondo l’uso corrente, è “macchia” fatta con colori, vernici, ecc., tuttavia, qui, secondo il contesto, vuol significare: guaio (caso mai dobbiamo combinare qualche guaio). Certo, il termine va interpretato in senso figurato: per non creare una situazione intricata, confusa e poi, trascurando ciò che può succedere, non sappiamo come uscircene. Oltre il testo: “nò fa nguacchi sobb’a lu quaternu o allu pareti” = non sporcare il quaderno o la parete; “(il b.) faci tanti nguacchi” = fa tanti scarabocchi, ghirigori, “nguacchia”.
IURMA (R.t.) : certamente da “ciurma”: gente di basso livello sociale, schiavi incaricati di remare, plebaglia. Chiaramente, qui, non va intesa in senso dispregiativo (ciurmaglia), ma col significato di “gran numero” di nipoti che, uniti alla “mandra” (moltitudine) di figli, costituiscono una tipica famiglia numerosa d’altri tempi, in cui, solitamente, si facevano tanti giochi e quindi tanto chiasso. Oltre il testo: “Ha nnutta na iurma ti vagnuni” = hai portato un gran numero di ragazzi. Altri sinonimi possono essere:
- torma, “schiera di combattenti” (Treccani), masse di persone, bambini, nipotini che arriva e fa gran chiasso;
- iumara: da “aiumara” o fiumana = gran numero, folla, gente che si muove impetuosamente.
LAPPISCIATU (N. c. C.) : da “lappare”: bere con avidità. Uno è “lappisciatu” (o si “lappescia”) quando, avendo l’acquolina o “altra poltiglia” (Treccani) in bocca la lascia cadere lungo il corpo: sporcato come un porco. Il termine fa pensare ad un suono onomatopeico, “lappe lappe”, tipico dei cani o animali che bevono schiacciando ritmicamente la lingua. Uno si “lappescia” involontariamente (vecchi e bambini), ma anche per ingordigia, per la fretta; “lappisciatu” = sporco di bava (“vavisciatu”).
LATUERNU (P. e C.) : forse dal latino lamentum = lagnanza, insofferenza per un fatto o dei fatti che si susseguono o si ripetono con frequenza noiosamente. Qui: non si può vivere per i continui “latuerni”: fatti, interruzioni, seccature che tolgono la serenità, la pace. Oltre il testo: “Cu cce atru latuernu ti n’ha calatu moni?” = con quale altra seccante richiesta te ne sei venuto adesso?; “E sempri cu lu stessu latuernu ti ni ieni?” = e sempre con la stessa tiritera, lo stesso noioso discorso?
LEMMA (L’er.) : d’ignota derivazione etimologica: catino o recipiente di terracotta a forma di tronco di cono di dimensioni piuttosto ampie, alto 30/35 cm. (ca.) destinato ad usi domestici, ivi compresa, all’occorrenza, la preparazione di cibi per tutti (quanti!) i componenti della famiglia; grande scodella a forma di vaso lateralmente “panciuta”. Traspaiono: l’ingordigia degli uni e l’ironia dell’altra.
LICCARDERA (P. e C.) : termine dall’etimo incerto e di non facile decodificazione; donna trasandata e sporca, “lardata” (da lardo), unta. O, anche, ficcanaso, nel senso però di donna leccapiedi, servile. (?). In ogni caso, comunque, avrà certamente un significato dispregiativo, come i toni alti della conversazione lasciano intendere.
LIGGHIERI (ti culori) (P. e C.) : dal verbo francese oreiller (origliare), derivato a sua volta dal sostantivo oreille, orecchio; ma anche (a testimonianza dell’influsso che s’intreccia tra le varie lingue) dal latino auricola, orecchie; quindi origlieri, guanciali, cuscini e, per giunta, colorati.
LISSIA (N.c.C.) : derivato dal latino lix (cenere) e lixa (acqua) o lixivia (acqua saponata), ranno (“lissia” vergine). Si ricavava quando si faceva il bucato all’antica ed era il risultato di un lungo e faticoso processo che le antiche massaie curavano con scrupolo per il lavaggio ed il candeggio della biancheria. Questa, dopo accurata selezione e preparazione, veniva sistemata in un tronco di cono di creta dalle diverse dimensioni (“cofunu” o “cufanieddu”) con alla base un’apertura che si otturava durante il processo con un tappo appositamente confezionato (con sughero o/e stoffa). Compiuta questa operazione, la biancheria veniva ricoperta con un lenzuolo di solida stoffa intessuta (“cinnaraturu” – ved.) al telaio domestico; vi si spargevano cenere e sapone e quindi vi si versava acqua bollente; a più riprese, si apriva il foro alla base e si lasciava scorrere la “lissia”. Questa spesso veniva utilizzata per un risciacquo d’indumenti piccoli e delicati. Il bucato, ormai, è stato soppiantato dalla lavatrice e la “lissia” dall’infinita gamma di detersivi e quindi addio “lissia vergini”. Era un impegno lungo, per cui la massaia non poteva fare bene tutto: es. “pani e cofunu”. Naturalmente, era di sapore sgradevole, per cui, qui: caffè di cattivo, pessimo sapore.
LLAVATURU (M. a c.) : dal verbo “lavare”: lavatoio, una sorta di tavola rettangolare (lunga 60-70 cm., larga 25-30 cm., spessa 3-4 cm.), solitamente di faggio, con una faccia liscia e l’altra seghettata ad angoli, usata per strofinare e lavare i panni. Racchiude un immenso patrimonio della cultura popolare: la massaia dalle solide spalle, il pozzo (“o la strada ti lavari”), la “pila” (piccola vasca in pietra con, ad una estremità, “nu ncapitali” (un gradino ruvido) su cui poggiare momentaneamente i panni lavati e strizzati. Oltre il testo: “si menti ti la matina alla sera sobb’allu lavaturu” = si mette dalla mattina alla sera a lavare biancheria. E’ una figura che richiama non tanto la massaia già menzionata, quanto, soprattutto, le lavandaie di professione, che si spostavano di casa in casa per lavare i panni altrui. Lavoro duro, d’altri tempi, che, fortunatamente, ora è solo un ricordo! Dalle lavandaie ad ore o a “sciurnata” alla lavatrice! Ma anche questo, ormai, è solo un ricordo: la lavatrice ha cambiato tutto.
LLUCISCIU (R.t.) : dal latino lucesco-is = cominciare a far luce; cominciò a fare alba, albeggiare. Ma qui: maledetto quel giorno in cui decidemmo di sposarci.
LOPA (M.s.) : può essere azzardato, ma non troppo: da lupus, animale vorace per antonomasia (mangia “comu nu lupu”) quindi, qui, “lopa” per voracità, propria di uno che mangia molto in fretta, perché ha una fame da… lupo. Oltre il testo: “teni na lopa”! = ha una fame! E non solo di cibo, ma anche, in senso figurato: avarizia, tendenza ad accaparrarsi, a prendersi tutto. Anche: arnese con uncini disposti in forma circolare o rettangolare utilizzato per “agganciare”, prendere il secchio o altri oggetti caduti nel pozzo.
LUPU MANNATU (M. a c.) : sta per “mannaru”: è il personaggio di antiche credenze popolari, secondo cui il lupo assumerebbe le sembianze di un animale gigantesco e feroce, minaccioso. Anticamente, per una regola pedagogicamente sbagliata, lo si invocava per intimorire e fare stare zitti e quieti i bambini troppo vivaci. Fortunatamente, oggi, sono solo un triste ricordo di anziani che sono cresciuti col… lupo mannaro, temuto sì, ma inesistente. Anche licantropo (come è scritto prima nel testo), inteso più come animale-protagonista di favole, che come termine scientifico.
MAGGHIA (na) (L’er.) : il suo significato, di primo acchito, è senz’altro maglia (di un tessuto): derivato “dal provenzale malha che è il latino macula, macchia buco in un intreccio di filati” (Treccani); ma, riflettendo sulla situazione comunicativa, così inteso, il termine non avrebbe alcuna coerenza col contesto. E’ da ritenere, allora, che sia più attendibile l’etimo francese maille che ha lo stesso etimo dell’italiano medaglia (e, quindi, del francese madaille, che ne deriva): moneta. Quindi, qui: non c’è una lira, non c’è un soldo; così la coerenza testuale è salva.
MAGIONA (M. e n.) : si può fondatamente affermare che il termine deriva dal latino mansio-mansionis (abitazione, residenza); è riconducibile, a sua volta, al verbo maneo-es (rimanere, sostare, e, quindi, permanenza, soggiorno). E’ altrettanto fondato, però, ch’esso rimandi al francese maison, casa. Allora, qui: “nella nostra magiona” = nella nostra abitazione, residenza, casa.
MALACARNELLA MALACARNI (V.v.d.) (L.s.) (L’er.) : da “mala… carne”: letteralmente, cattiva carne; qui, riferito ad un soggetto: persona svogliata e cattiva, disonesta e sfaccendata. Il secondo termine è un vezzeggiativo e si riferisce ad una fanciulla “svogliatella”, che non ha tanta buona volontà di lavorare. Non traspare la cattiveria insita proprio in un rimprovero, ma più uno stimolo a riflettere.
MALICUNZATU (P. e C.) : mal condito, male lubrificato, male riparato, per cui gli ingranaggi di un “mulino” in funzione, che macina il grano, fanno rumore, scricchiolano fastidiosamente. E’ un modo di dire, di esprimersi molto diffuso ancora oggi (malgrado la malcelata pregiudizievole avversione al “parlare in dialetto” in casa propria) per indicare una persona che mormora, borbotta, “rusci” continuamente.
MALORA E CUMINANZA (P. e C.) : è un modo di dire scarsamente usato nella comunicazione dialettale corrente, ma è una imprecazione molto efficace nel contesto di P. e C. Non è facile individuare l’etimologia dei termini, ma, riflettendo appunto sul contesto, si può dedurre: guai e vita in comune, cioè è meglio avere guai e disavventure in genere e convivere con “servitori agricoli” che stanno e mangiano con la famiglia (del padrone), in “comunità”, che avere la disgrazia di sposare e vivere con una donna di questo tipo (già eloquentemente definita in precedenza).
MANCU SCOMMUTU (M. a c.) : generalmente, oggetto di poco conto, di scarso valore. Qui, in particolare, come viene chiarito successivamente nel testo, “nu picca alla bona”, un po’ alla buona, dolce di cervello, scarso di comprendonio, soggetto (ed anche oggetto) poco affidabile, non adatto a certe mansioni (o certi usi) o incapace di decidere autonomamente, un soggetto-oggetto così e così.
MANDA (mi sta) (M. e n.) : è un modo di dire per significare: mi sta facendo la corte, sta preparando il terreno, le condizioni per “domandarmi”, chiedermi in sposa. Insomma, “mi sta manda” implica tutti quegli approcci; quei preamboli, quei preparativi che portano alla “dichiarazione d’amore” e quindi, se il “piano” riesce, al matrimonio.
MAPPINA (M. e n.) : dal latino mappa = tovaglia, piccola tovaglia che serve per raccogliere oggetti di casa; molto usata in cucina come “straccio” per asciugare vasellame, posate ed altro.
MAR’A MMEI (P. e C.) : o “mmarammei”: povera me! E’ usato spesso come intercalare per autocompatimento; e così: poveri noi! L’uso della “a” (mar a mei) forse è d’origine toscana (miser a me); deriva certamente dal latino miser-miseri. Talvolta è usato come imprecazione contro la mala sorte: “Ah, pover’ammei” = ma che cosa ho fatto di male per meritare tante disgrazie? Il contrario: “Ah, iat’ammei” = oh, beata me, per la buona sorte che mi accompagna. Usata anche come esclamazione di paura: “Uh, marammei, ci eti? Ccet’è stu rumori?” = uh, povera me, chi è, che rumore è questo?
MARANGITI (M. a c.) : deformazione di (o sta per) meningite: infiammazione delle meningi, “membrane di natura connettivale che circondano l’encefalo ed il midollo spinale con funzione di rivestimento e protezione” (Treccani). E’ chiaro che una malattia delle meningi compromette la funzionalità del cervello (quando non abbia anche conseguenze più gravi) cioè non fa ragionare. In altro contesto, “li marangiti” sono gli agrumeti.
MARGIALI (M. a c.) : manici di zappa (o di piccone, di vanga, ecc.); è una metafora per dire “sei magra magra, come una spilungona”. Oltre il testo: “s’è spizzatu lu margiali ti la zappa” = si è spezzato il manico della zappa (e non posso più lavorare).
MARINDATU (M. e n.) : “hagghiu marindatu” e me ne sono andato in campagna: questo era il modo di esprimersi dei contadini, riferendosi alla prima colazione (“favi scarfati, riscaldate; gialletta, pomodori cotti con peperoncino”). Il termine può derivare dal latino merenda, “breve e leggero pasto che si fa tra il pranzo e la cena” (Treccani). Ma qui si riferisce inequivocabilmente alla colazione.
MASCIA (M. a c.) : da mago, magia = iettatura, stregoneria, malocchio. E’ una delle superstizioni popolari: si riteneva (si ritiene ancora?) che se uno (una) era fortemente attratto da qualcuna/o, anche contro la volontà di questi, era vittima di un intruglio appositamente preparato da una fattucchiera prezzolata. Questo, almeno, era l’atroce sospetto della madre di Pascalino, circuito, raggirato dalla famiglia della brutta Rachele. Quando uno è vittima di “mascìa”, non domina più la sua volontà, non agisce liberamente.
MASSARACCHIA (N.c.C.) : un rafforzativo di “massara”, moglie del “massaru”, proprietario o affittuario di una masseria o di un esteso podere rurale. Il termine, inteso anche come variante antica di “massaia”, vuole significare donna formosa, instancabile lavoratrice ed amministratrice: una brava massaia che sa gestire oculatamente il governo della casa e dei beni. Comunque, stricto sensu (in sintesi): grande, volenterosa faticatrice, laboriosa, sicura garanzia per il buon andamento della casa e dell’azienda.
M(M)ASUNATA (cuddu) (V.v.d.) : termine dialettale strettamente mesagnese d’ignota derivazione, solitamente viene usato come intercalare per indicare con moto di rabbia qualcuno o qualcosa: “quedda masunata ti ciuccia” = quell’asina che dà tanti pensieri; togliti “cuddu masunata ti cappieddu” = quel curioso, ingombrante, ridicolo cappello.
MATARAZZARA (L.s.) : secondo Treccani, dall’arabo matrah, materasso; quindi, materassaia, chi confeziona o rinnova i materassi all’antica, pieni di lana di pecora che, a lungo andare, si aggroviglia e diventa nodosa, dura perché si formano degli “iecchi”, bioccoli. Qui è usato in senso dispregiativo: donna di poco valore, che gira per le case per un umile lavoro. Adesso, come ben si sa, il vecchio materasso artigianale è stato soppiantato da quello industriale, a molle o altro materiale che, se pure sintetico, è igienicamente sano, e quindi la figura della materassaia, come tante altre figure di artigiani, va sempre più scomparendo.
MATOSCA (M. e n.) (L’er.) : di etimo ignoto, solitamente è usato come esclamazione; “pi lla matosca” = per bacco! Ma in Miseria e nobiltà, dato il clima di tensione e di confusione: “dove diavolo ti trovi, dove sei andato a finire o a nasconderti? Uhè, ma porca miseria, potevi anche parlare”. Spesso si ricorre a questa espressione per evitare una grossa bestemmia: “sangu ti la matosca” = un Santo o il Padre eterno o la Madonna. Ma si usa dire anche “ma cce matosca v’acchiandu?” = ma che cosa vai cercando? “Ma cce matosca vai facennu? = ma che cosa vai facendo? Ancora: “pì la matosca”; come “pì la marena ti lu mari”, pseudo bestemmia scherzosa.
MAZZA-MAZZA (L.s.) : magra magra. Espressione azzeccatissima, richiama il manico della scopa (mazza ti scopa) che, come si sa, è generalmente lungo e sottile. Quindi, una donna tutta pelle e ossa, priva di quelle “rotondità”che la rendono attraente ed appetibile (notare il dispregio e l’ironia dell’espressione!).
MERCI(A) (P. e C.) (L’er.) : dal latino merx-cis = merce; il riferimento è alla sala/laboratorio, in cui si procede alla produzione, alla preparazione dei derivati del latte: formaggio (cacio: la mercia), mozzarelle, ricotta. Questa è “merci(a)”, che in fondo è il segno distintivo di una masseria/fattoria. A fianco, poi, c’è la sala/ deposito, in cui si conservano i prodotti. L’accesso all’uno ed all’altro ambiente, ovviamente, è riservato agli “addetti ai lavori”: qui, Cola, Pippinu.
METTIRI A STATU (L’er.) : “mettere a stato”, conseguire una sistemazione, avere una buona posizione economica e sociale e non avere grossi problemi per vivere; quindi, essere indipendenti. Di solito si riferisce a giovani che si sposano e quindi sono in condizione di “mettere” su casa ed una nuova famiglia. Ma qui: uscire dalle ristrettezze economiche e finire di fare sacrifici.
MMAGNARI (M. a c.) : pure “ammagnare” = adombrarsi. In maniera propria, si riferisce ad un cavallo/a che, per fatto improvviso, si spaventa e s’imbizzarrisce. In modo improprio, in senso figurato, si dice di persona che si arrabbia, s’incavola facilmente. “Ehi, chianu chianu, nò ti mmagnari” = non ti agitare, non gridare tanto, stai calmo. Può considerarsi un rafforzativo.
MMALOTI (M.s.) : forse dal latino malus-a-um, non solo nel significato di cattivo, brutto, ma anche di deforme; possiamo dire anche “blattiforme”, da blatta, scarafaggio. E “li mmaloti” vi si somigliano, sono piatti e strisciano sul pavimento, prediligono ambienti umidi, scuri, sporchi. Procurano una sensazione di schifo, di ripugnanza e, a seconda dei soggetti, anche di spavento. Perciò, malus, brutto, cattivo, portatore di male e quindi insetto da eliminare subito, con ogni mezzo (qui, la scopa).
MMARRATA (R.t.) : in italiano abbarrare, chiudere con barre, socchiudere = “mmarrare”, “mbarrare” (termine più brindisino); quindi porta socchiusa, accostata. Si lascia la porta “mmarrata” per far circolare l’aria, far passare un filo di luce. In altri contesti: chiudere la porta con una barra (o stanga); sbarrare, magari per impedirne lo sfondamento ad eventuali malintenzionati.
MMASQUAGGHIATA (L’er.) : è un’espressione che non ha un corrispondente in italiano; si può certamente dire che essa ha il significato di un’mprecazione pronunciata come efficace intercalare nella foga di un discorso; a volte è il sostituto (o il sinonimo) di una bestemmia che il (focoso) parlante vuole evitare di pronunciare: “sangu ti San…”. Masquagghiata: un personaggio della fantasia al posto di una bestemmia?
MMENA (si) (V.v.d.) : dal latino minor-minaris minacciare, lanciarsi addosso; qui, accorre di slancio, si offre, si fa avanti per collaborare nel trasportare sulle spalle la bara. Quindi può avere due significati: lanciarsi minacciosamente (come fa un cane) ed offrirsi di slancio per soccorrere. Oltre il testo: ”Si mminau subutu e lu salvau” = si buttò di slancio e lo salvò; si avventò per sbranarlo.
MMESTU (nò ci) (M. a c.) : il termine può essere spiegato con due significati: uno, sotto l’aspetto logico, che potrebbe derivare dal verbo innestare, connettere, ragionare con argomentazioni coerenti; l’altro, sotto l’aspetto ortoepico, per cui, data la grande emozione e confusione, non riesce a pronunziare (“mmestiri”) bene le parole. “Quandu si rraggia, nò mmesti chiui” = quando si agita, non capisce più niente, entra in pallone, “sciarpescia”, balbetta.
MMILI (L’er.) : da “mbiviri”, bere? Ma anche dal greco mbabulion; il termine, nel dialetto del brindisino, viene usato con qualche piccola variante (mbili, umbili, ummili…) per indicare un recipiente di terracotta col collo stretto e l’apertura con un labbro arrotondato per poter bere l’acqua, generalmente in esso contenuta e, per la specificità del materiale e della manifattura, conservata fresca per un tempo non breve. Sono famosi li “mmili” di Erchie di cui i pellegrini che si recano al santuario di San Cosimo alla Macchia si forniscono (fornivano?) per utilizzarlo soprattutto durante la mietitura o i lavori estivi. Certo l’uso, con l’arrivo massiccio delle borse-frigo e dei congelatori, è diminuito se non del tutto scomparso, ma resiste come testimonianza (memoria) storica, come “reperto” quali sono le tante anfore che si ritrovano qua e là nel nostro territorio. Oltre il testo: “inchi lu mmili, ci nò osci murimu ti secca” = riempi “lu mmili” altrimenti oggi muoriamo di sete.
MMIMMU (V.v.d.) (P. e C.) : nella lingua italiana, “mimmo” è un diminutivo o una forma sincopata (onomatopeica?) di bambino, piccolo, paffutello; nel dialetto, come in questo caso, assume un significato ironico, dispregiativo: mimo (dal latino mimus), attore, istrione. “Nu bellu mimu” = uno che recita, imbroglia, di cui è bene non fidarsi; “tu non sai cce sorta ti mimu è cuddu”: = tu non sai che imbroglione (o che figlio di…) è quello.
MMUCCIATIVI (bueni) MMUCCIAUNU (M. a c.) (V.v.d.) : dal francese antico mucier (Rohlfs) = coprire. Qui: copritevi bene bene, imbacuccatevi, per proteggervi dalla pioggia che sta per cadere e dal freddo. “Mmucciti, la mamma, ca faci friddu” = copriti, la mamma, chè fa freddo. Oltre il testo: “Hagghiu fattu lu pani e l’agghiu mmucciatu cu na manta” = ho fatto il pane e l’ho coperto perché lieviti.
“Mmucciaunu”, invece: coprivano di, con pietre. Oltre il testo: “mmucciare” le vergogne, le parti intime; nascondere la roba sporca, il corpo del reato.
MMUTATA (la) (L’er.) : il sostantivo per il verbo: da “mmutari” (participio passato) “immutarsi” cambiarsi, vestirsi a festa; oggi mi sono “mmutata” = mi sono messo l’abito della festa. Qui, il sostantivo significa giornata libera (settimanale) dagli obblighi verso la casa, la fattoria, il padrone. E’ chiaro che il dipendente, non dovendo lavorare, si vesta a nuovo per andare fuori, a divertirsi in maniera spensierata ed in compagnia… Certo, i luoghi ed i modi di svago oggi si sono ampiamente diversificati, soprattutto per il diffondersi delle discoteche. Le feste in famiglia, “cu la chiazza e banda”, sono solo un ricordo!
MOMOI (o MAMOI) (M. a c.) : personaggio di una credenza popolare (un po’ simile a “lupu mannaru”), della “mitologia” locale: brutto, spaventoso. Uno spauracchio generalmente invocato dai genitori quando il figlio piccolo fa i capricci; amante, abitante del buio. Non tanto lo s’invoca più, fortunatamente, ma quante fobie, quante paure, quanti blocchi psicologici per queste minacce! “Dà intra stà lu mamoi” = là dentro sta chi ti prende, non andare perché quello t’acchiappa! Tristi ricordi della nostra infanzia.
MPAPOCCHIA (L. s.) : termine squisitamente napoletano; da “impapocchiare” = dire, fare papocchi; imbrogliare, dire fandonie, impiastricciare e fare pasticci, creando, come qui, situazioni ingarbugliate. Oltre il termine: ”attientu ca cuddu mpapocchia” = attento, chè quello imbroglia, prende in giro.
MPASSULARI (N. ti p.) : in generale da “impassire”, appassire, seccare; ma qui, in particolare, anche per uso convenzionale fortemente radicato nel linguaggio orale: morire. “E’ mpassulatu” = è morto; “pi nu picca nò mpassula” = per un poco non secca, non muore (riferito o a persona o animale o pianta).
MPOTA (M. e n.) : trae certamente origine dal dialetto meridionale, anche se non se ne conosce una precisa etimologia. Una forma molto diffusa è “pauta” (brindisina “mpauta” e “poscia" = tasca (dei pantaloni, della giacca). Oltre il testo: “teni li poti bucati” = ha le tasche rotte ed i soldi se ne cadono; il proprietario consuma tutto, è uno scialacquatore. Oppure: “ni tegnu li poti chini” = me ne ha combinate tante, che ne ho le tasche piene (di chiacchiere e biricchinate).
MUCATI (N.c.C.) : participio passato di “mmucari” (o mucari), dal latino mucus o muccus: muco, mucco, moccio, moccolo (ved. sotto) = sporcizia; quindi pieni di sporcizia, porcheria; bambini sporchi, mocciosi, che fanno quasi schifo, sudici. Qui, il termine è riferito ad oggetti che, appunto perché “mucati”, non valgono niente. Oltre il testo: “no mi mmucu li mani” = non mi sporco la coscienza, non comprometto la mia dignità per una cosa da nulla (es. un furtarello).
MUCCALURU (P. e C.) : dal latino muccus, mucco = moccolo, “mozzicone di candela, ciò che rimane della candela quando è in gran parte consumata” (Treccani). Qui, “ti stai appellando a cose da nulla, che non esistono e che perciò non hanno niente a che vedere col discorso che stiamo facendo”. Oltre il testo: ti stai attaccando alle ragnatele, ti stai arrampicando sugli specchi, quello che dici non regge.
MUCCULONI (M. a c.) : dal latino mucus o muccus = muco o moccolo (muco che cola dalle narici) e quindi “moccolone”, scemo, cretino. Va notato il valore dispregiativo del termine. Oltre il testo: “Lassulu sciri, cuddu mucculoni” = lascialo andare quel cretino; “e tu ti cuddu mucculoni ti fiti?” = e tu di quel moccioso ti fidi? A quello scemo dai retta?
MUGGHIERATA (N.c.C.) : dal latino mulier = donna, e precisamente donna sposata, maritata, quindi moglie; così come “mugghierama”, mia moglie, sua moglie…
MUNOZZI (milli) (R.t.) : certamente da “minuzzare”, fare, ridurre in mille pezzi un oggetto; ma qui, riferito “alli niervi”, vuol significare: sono agitato (Erminia), ho i nervi a mille pezzi, ma “strengu li tienti (i denti)”, cerco di controllarmi.
MUTODDI (P.e C.) : anche “mitoddi” e “mitodda” dal latino medulla, etimologicamente “medio”, che sta in mezzo, all’interno, la parte interna o interiore; qui sta per parte interna/interiore del cervello, la cosiddetta materia grigia, oppure le meningi. Quindi “mi sta mangiu e mi sta smangiu li mutoddi” = mi sto spremendo e rispremendo il cervello per capire come devo risolvere una (questa) situazione intricata. Oltre il testo: la midolla del pane = la mollica; “lu intra intra” di un frutto = la parte interiore, più saporita di un frutto. A volte, in generale, si ricorre anche al termine “cirieddi”, cervello/i.
NCACCLINANNI (M. a c.) : non se ne conosce l’esatta scrittura (cacclinanni?), né, di conseguenza, una matrice etimologica. Per l’uso che se ne è fatto nel passato e tramandato oralmente, e tenuto presente il contesto, si può dedurre che il termine significhi: scemo, poco intelligente, alla buona, “chiù mancu scommutu” (come è definito in altra parte del testo). Oltre il testo: “m’agghiu ttaccatu cu nu cacclinanni” = sono stato con, ho dato retta ad un uomo da poco; “Ma quedda ci si stà pigghia? Nu buenu cacclinanni” = ma quella con chi si sta sposando? Con un uomo da poco, un buon fesso.
N’ACCHIA (a ci) (R.t.) : dal verbo “acchiari”, senza un etimo chiaro = trovare, quindi, “a chi ci trova”. E’ la denominazione di un gioco, proprio dei bambini: giocare a nascondino, a rimpiattino, appunto “a ci n’acchia” = trovare uno che, a turno, va a nascondersi in un angolo nascosto vicino o lontano.
NANNARONCHIULA (L’er.) : non è rintracciabile un etimo logico: rana, animale anfibio, di piccole dimensioni e di colore eminentemente verde; diversa dallo “sputaruespu” = rospo, dalle dimensioni più grandi e di colore scuro, che sulla pelle ha disseminate delle ghiandole che secernono una sostanza “lattiginosa e irritante”.
NCAGNATA (L.s.) : certamente participio passato del verbo “incagnare” = guardare come un cane, in cagnesco, inimicarsi, non avere o non avere più buoni rapporti con qualcuno, da cui ha ricevuto uno sgarbo; quindi, offesa, adirata, “bronciata”. Ma qui, in particolare, non ha rapporti (con), non conosce le regole della grammatica, del parlare in modo corretto e chiaro; usa parole in libertà, ed a stento si fa capire.
NCAPUZZATA (R.t.) : dal latino caput-capitis, capo; quindi, il termine si può spiegare così: si è addormentata seduta su una sedia o una poltrona e, come capita spesso in questa situazione (chi non ha avuto un’esperienza simile?), la testa, il “capo” fa ritmicamente ciondoloni. Questo, ovviamente, capita quando uno è stanco o è avvolto in un ambiente soporifero (sereno, lievemente caldo o fresco).
NCASCIU (R.t.) : d’etimo incerto, è un termine esclusivamente dialettale: speranza, aspettativa. Frasi idiomatiche: “nò stari cu stu ncasciu” = non ti aspettare grandi cose, non ti fissare; oppure: “cu stu ncasciu stai?” = con questa speranza stai? “Nò stari cu stu ncasciu, cuddu nò ci torna” = non stare con questa speranza, quello non torna.
NCUEPPLI (P. e C.) : dal latino in-culpare, incolpare; quindi incolpare, dare, rovesciare, scaricare tutta la colpa su di me. Oltre il testo: “pircè uè ncuerpi a mmei ci è successu cuddu ch’è successu?” perché vuoi dare la colpa a me per quello che è successo? Proverbio: “cce nci corpa la iatta ci la patrona è matta?” = che colpa ha il gatto (che ha mangiato il pesce) se la padrona è distratta? “Nci corpa a ci nci corpa, ci noni…” = ha colpa quello che noi sappiamo (tua madre, tuo padre…), altrimenti non sarebbe successo…
NFARFUGGHIATU (L’er.) : da “barbugliare” = parlare in maniera confusa, stentatamente, senza riuscire a parlare con una pronuncia chiara e distinta; anche “balbettare”, dal tardo latino balbare (tartagliare). Quindi, Pippinu, anche perché un po’ “sbronzetto”, ha balbettato, barbugliato, tartagliato frettolosamente un messaggio: l’appuntamento per l’indomani.
NFILATORA (M. a c.) : dal verbo infilare (qualcosa attraverso); qui: infilare il capo attraverso un’apposita apertura della maglia. Il termine, per la verità, è poco frequente, perché si preferisce usare “collo”, anche per indicare l’orlo del collo, cioè la scollatura (della camicia, del pullover, ecc). Oltre il testo: “nfilatora” di perle (collana), di foglie (di tabacco, anticamente definita “curdata”), di pomodori gialli da arrostire (“pennula” o, meglio, “pendula”).
NFORDICHITI (L’er.) : il Rohlfs indica il latino infolticare come probabile termine da cui deriva il verbo “nfurdicare”; l’Impero (pag. 210: “Alle origini del dialetto pugliese”) indica “affurtechè” (da fulcire) rimboccarsi (le maniche). Ma si può anche ipotizzare l’italiano “arrotolare”; comunque, rimboccare le maniche, “alzare” le maniche “rotolandole” su se stesse per avere maggiore libertà e forza nell’eseguire un lavoro. Perciò, qui: rimboccati, alzati le maniche e mettiti a cercare, scavare, “scaurtari”. In senso figurato: deciditi e mettiti a pensare o fare qualcosa; è uno stimolo a liberarsi dal torpore, dalla “carnalegna” (ved.).
NFUCATI (P. e C.) : participio passato del latino volgare affocare in cui è insito il concetto di fauces o fauce: apertura, gola piena (qui in senso figurato) di regali. Questa dichiarazione di Cola richiama la consuetudine tipicamente medioevale dei “donativi”: ricompensare (anche abbondantemente: “nfucari”) i maestri in natura, oltre (o più) che in denaro per un occhio o un impegno particolare. Oltre il testo: ma oggi, tutti, pure gli arbitri, i ministri, “si tenunu nfucati”!
NFURRATA (M. s.) (L’er.) : “caduta nella farra”, nel fossato = che disgrazia! Oppure da “nfortunata”, intesa come sostantivo = una situazione sfortunata, spiacevole, un guaio, quasi una duplice disgrazia: la morte di un parente e l’eventuale onere per ricambiare l’onore, il “consolo” ricevuto in circostanze analoghe nella nostra famiglia. Insomma, “nu cunsulu” che serve, sì, per consolare, ma che a sua volta… sconsola… per le spese. Oltre il testo: il treno è già partito = è “nna bella nfurrata, o cce nfurrata”. “Matonna mia, hagghiu ccappata nna nfurrata, cummari mia ch’ancora nò mi ni cori = ho avuto una fregatura tale, che il ricordo ancora mi addolora: es. ho perduto il borsellino, sono andata e non ho trovato nessuno…
NGORCIA (V.v.d.) : da “guercio”, che guarda storto o non distingue chiaramente i particolari; dal verbo “ngorciare” o “ngurciari” = non vede o vede male, per cui può incorrere in errori o incidenti.
NICCHIARUCU (M. a c.) : dal latino volgare nidiaulare, stare nel nido, e dall’italiano nicchiare, essere pigro (Di Giulio), non produrre. Viene solitamente usato nel gergo contadino: terreno incolto, magari anche volutamente, per farlo “riposare” per la prossima stagione. Traslato, come qui: cervello non solo non coltivato, ma scarso di potenzialità di comprensione. Questo è un motivo ricorrente, un ritornello, per rimarcare la dabbenaggine del povero Pascalino.
NICCULECCHIE o SCICCULECCHI (M.s.) : piccole cose, apparentemente da nulla, ma, in concreto, “all’occorrenza”, ugualmente gradevoli; “bocconcini prelibati” (Rohlfs). In mesagnese puro, “scicculecchie”, dal francese chic, scic, sciccherie, cibi fini, gustosi, offerti particolarmente in conversazioni salottiere.
NNACITUTU (M. a c.) : certamente da “inacidire” o “inacetire” = diventato di odore acido, aspro, puzzolente, per cui poteva inquinare lo stesso ambiente; nella seconda ipotesi, il termine si riferisce più propriamente all’aceto, per cui vino diventato aceto, “inacetito”. Poiché c’è un malizioso riferimento al formaggio con i vermi (“casu puntu”) sembra più corretto il termine “inacidito”.
NNUETUCU (R.t.) : da nodo = un nodo, un groppo alla gola. Questo fenomeno può verificarsi perché del cibo è rimasto incastrato, bloccato nella gola e quindi non lascia respirare agevolmente; oppure, come qui, in senso figurato: una sensazione d’angoscia, di ansia, di sofferenza che fa sentire Alberto “comu nu stunatu” = stordito. Oltre il testo: “Pi cuddu fattu tegnu ncora nu nnuetucu qua” = per quel fatto (cattiva azione) ho come un nodo, un rimorso.
NNUTICAU (L’er.) : da nodo (latino nodus), nodo alla gola, come senso di oppressione e di angoscia per la notizia spiacevole che aveva ricevuto. Da qui il verbo “nnuticari” = inghittire male, magari perché un boccone, come un “nodo”, è rimasto in gola, disturbando, ostacolando la deglutizione. Per estensione: rimanere male, contrariato per la notizia (i fatti precedenti al matrimonio) che aveva ricevuto. Oltre il testo: “Eh, nnuticau bruttu alla nutizia” = rimase male quando seppe che lui era stato escluso dal gruppo degli invitati; pure: “gnuttiu” = inghiottì.
NUTTU (hagghiu) (R.t.) : dal latino induco-is = introdurre, portare, accompagnare. Quindi, qui: ho introdotto, accompagnato il medico perché visiti d’urgenza l’ammalata. Oltre il testo: E’ na porta e nnuci” = è una ruffiana, che porta dentro e fuori notizie non sempre veritiere o tendenziose; “Nnuci cu tei ca mangi cu mei” = porta del tuo (magari tutto preparato) e lo mangeremo insieme qua, a casa mia.
N’OGNA (M. e n..) : espressione tipicamente regionale; anche “ugna”, unghia. Qui viene usato in senso figurato: non s’impegnò “n’ogna”, non mosse dito, non fece niente. Oltre il testo: “nò vali n’ogna”, non vale niente, una persona da nulla; oppure: “tammi n’ogna ti burru” = dammi un pezzettino di burro.
NOVEGLIE (M. a c.) : è una deformazione/alterazione del termine nuvole, fatta più per esigenze sceniche: pronunciare una battuta per far scattare la risata o l’applauso. “Tieni la capu ntra li nuvegghi” = hai la testa tra le nuvole, non sei attento, stai pensando a chissà chi, ad altro.
NQUACINATA (L.s.) : certamente dal latino calx-calcis = calce. Da qui il verbo “calcinare” o “nquacinare” (participio passato: calcinata), nel senso di spargere, stendere latte di calce (o, oggi, prodotti chimici similari) sulle pareti interne o sui muri esterni (es. facciata) di una casa: facciata imbiancata o pitturata con l’aggiunta di qualche tinta. Da qui “nquacianatori” colui che imbianca, “nquacina”.
NQUARTATI (L’er.) : participio passato di “inquartare” = ingrossarsi, ingrassare; da “quarto”, una “delle quattro parti in cui viene suddiviso un animale da macello” (Treccani). “Nquartati”, metaforicamente, ingrassati, abbuffati, tanto da assumere dimensioni enormi. Qui, hanno mangiato e bevuto a crepapanza; in quest’osservazione non manca un pizzico di meraviglia e di ironia. Oltre il testo: si sono fatta “na bella nquartata” di fichi freschi, di melone all’acqua (cocomero); “t’ha nquartatu comu nu purcieddu” = ti sei ingrassato come un porcellino.
NTARTIENI (L’er.) : il termine veniva (viene?) con due accezioni particolare:
- lo si diceva al piccolo quando, mandato dalla mamma, andava dalla nonna o da altro parente o conoscente perché lo intrattenessero o trattenessero. “Vai a farti dare un po’ di “ntartieni”. Si giocava sull’equivoco: fatti dare un oggetto (es. un dolce), invece era un verbo che, per un’atavica preventiva intesa, significava, appunto: trattienilo per un po’. Veniva usato, insomma, per burla, per una innocente “presa in giro” per liberarsi momentaneamente del figlioletto. Famosa l’espressione “fatti tari ti la zia nu picca ti ntartieni, pircè la mamma è sciuta a Latianu…” a Latiano perché, per convenzione, là si andava a partorire!
- Ntartieni, nel senso di “trattieniti, chè, tra poco, ci sarà da mangiare”.
E’ chiaro che il termine, anche se meno frequente, qui viene usato nella seconda accezione: “aspetta, perché fra poco si mangerà”.
NTISU (mai) (V.v.d.) : participio passato di “ntenniri”, dal latino intendere = prestare attenzione, ascoltare, sentire; quindi, mai ascoltato, mai sentito prima d’ora. Al contrario: “l’hagghiu ntisu” = ne ho sentito parlare. Oltre il testo: “Beh, che ne dici di quel discorso?” “Nò l’hagghiu ntisu” = non l’ho ascoltato.
NTRIGNULAVA (M. s.) : verbo di forte effetto, molto diffuso nel dialetto brindisino, da “ntrignulare” = infreddoliva, tremava (dal tardo latino tremulare o tremor) con rapidi movimenti ritmici del corpo e magari battendo i denti per il freddo intenso che gli “penetrava tra le ossa”. Anche dall’inglrese to thrill, tremare.
NZIEMU CU NZIEMULI (M. a c.) : è una palese forzatura di “insiemi con insiemi”, simili con simili, dall’adagio latino similia cum similibus facillime congregantur = (cose o, qui, persone) simili con simili molto facilmente si uniscono. Ma pure: “ci si ssumigghia si pigghia” = riferito ai nubendi, a chi deve (o sta per) sposarsi = chi si somiglia si piglia.
NZURA’ (s’era) (L. s.) : certamente dal latino inuxorare = prender moglie, sposarsi. Qui: date le circostanze, non si doveva sposare. “Omu nzuratu” = uomo sposato.
NZURFANIEDDI (M. s.) : zolfanelli, da zolfo, materia facilmente infiammabile; fiammifero fatto con una steccolina di legno alla sommità della quale c’è una capocchia impregnata di zolfo che, allo sfregamento, si accende e quindi dà fuoco a materiali vari (es. legno per il caminetto). Oggi sono di uso meno frequente, anche per l’introduzione di nuovi strumenti piezoelettrici, accendini, ecc.
OGLIATA (carta) (La f. F.) : sta per oleata o oliata = carta composta con varie sostanze per renderla impermeabile. E’ usata specialmente per avvolgere, incartare generi alimentari unti o grassi.
OTURI (M. a c.) : dal latino cubitus-i = gomito/i; punti di snodo tra braccio ed avanbraccio per consentire l’articolazione. Qui, il termine è usato come metafora: vi morsicate, vi mordete i gomiti, cosa umanamente impossibile come impossibile è il rimedio, la “riparazione” del guaio in cui si è cacciata “figghiata Rachele”. E’ una specie di ricatto a cui forse “Don Rafeli” non aveva pensato. Oltre o in analogia col testo: “nò t’è piaciutu? E mò mozzichiti l’oturi” = arrangiati. Oppure: non lo fare se no poi “t’ha muzzicà l’oturi” = non lo fare altrimenti, dopo, non potrai più porre rimedi, ti pentirai. 
PICCIOLI (M. a c.) : d’ignota etimologia, è un termine ancora usato nei discorsi correnti: soldi, denaro. “Cu ccatti na casa nci volunu molti piccioli” = per comprare una casa ci vogliono i soldi, molti soldi. Forse da qui, “spicciolo”, monetine. Qui è pronunciato con aria di sufficienza, con boria. “Ci teni li picciuli batti li carti” = chi ha i soldi può permettersi tutto: comprare, giocare, viaggiare, imbrogliare.
PIPITEDDA (L. s.) : certamente deformazione di “tiepitedda” o “depetedda”, dal latino tepidus, tiepido: acqua né fredda né calda, ma quanto basti per dare una gradevole sensazione di tepore. Termine molto usato nel leccese, ma anche qui da noi per significare, come in questo caso, il fatto che un’acqua, caldissima in una bottiglia chiusa, è andata raffreddandosi appena ne è uscita fuori. 
PIRDENNI (mò comu fazzu) (N. ti p.) : termine proprio brindisino: perciò, per questo (io adesso come faccio, come mi devo regolare?).
PIRDENZA (N. ti p.) : sta per “perdenza” (da perdere) = danno, scorno, vergogna. “Do nc’è gustu nò c’è pirdenza”: è un vecchio adagio estremamente significativo; se una cosa o un’azione piace, la si prende o la si compie senza minimamente preoccuparsi del danno, dello scorno o della vergogna che ne deriverà. Quando una cosa piace la si fa e basta.
PISCCHERA o PISCHERA (L’er.) : sta per peschiera, grande vasca per l’allevamento dei pesci; anche pescaia, un invaso ottenuto con lo sbarramento delle acque correnti e sempre per lo stesso motivo. Qui, in particolare, l’attore si riferisce a quella “vasca” costruita a cielo aperto in muratura ed opportunamente impermeabilizzata a ridosso di un pozzo “a ngegnu” (ved.) per il lavaggio della verdura appena raccolta (“sarma”?) prima di essere portata al mercato o in piazza. Comunque una rudimentale “piscina” adatta per fare un bagno in compagnia. Simile anche al palmento (vasca al coperto) costruito ed usato per pigiare (“stumpare”) l’uva con i piedi.
PISCRAI (M. a c.) : deriva da cras, domani; qui, sta per post-cras (Rohlfs), dopodomani, ma va inteso in senso metaforico = non c’è fretta, si può fare in un futuro non necessariamente prossimo; piano, piano, se non oggi, domani, c’è sempre tempo. E’ evidente che questo modo molto conciliante non è poi del tutto disinteressato: Pascalino deve cancellare l’onta della disavventura di Rachele e non è proprio il caso di avere tanta fretta.
PITALURI (P. e C.) : da “piede” = pedale, pedalini; qui, fasce solitamente anch’esse tessute al telaio perché fossero resistenti nel tempo, usate dalle mamme per avvolgere, ben stretti, i piedi dei piccoli appena nati. Quest’uso, ormai, è stato abbondantemente superato, non esiste più perché “nò si nfassunu cchiui li piccinni” (bambini).
PRICAUMU (V.v.d.) : termine proprio dialettale, dal verbo “precare” = seppellire i morti; quindi: seppellivamo, coprivamo di terra il morto. Da qui: “lu precamuerti” = il becchino, l’addetto alla sepoltura o inumazione dei defunti.
PRIESCIU (pi lu) (R.t.) : dal latino pretium = pregio, gioia; anche da “prisciari”, tipicamente dal brindisino, come sostiene il Rohlfs: rallegrarsi, gioire per il piacere.
PRISU (L’er.) : dal latino cantharus e dal greco kantharos il termine viene ancora usato in un linguaggio strettamente dialettale: recipiente di forma cilindrica, alto circa 40-45 cm., con bordo svasato, tipo ciambella, utilizzato per “cesso” (anche “don peppu”). Qui, rivolto a persona, ha un significato offensivo, dispregiativo: sporca, svergognata. Tu sei un “prisu” = (fig.) tu sei un “cantro”, un lurido verme, un disonesto, una disgrazia sociale.
PROSPURU (N.c.C.) : ved. “NZURFANIEDDI”.
PUDDICHI (M. e n.) : è un dolce tradizionale mesagnese, fatto con apposito impasto lavorato e pressato, contenente, in uno o più incavi, uova sode e preparato nella ricorrenza della Pasqua. “puddichi”e, al singolare, “puddica” forse perché impastata con la pressione esercitata prevalentemente dal pollice (dal latino pollex-pollicis e pollicaris). In qualche realtà (es. Brindisi) la “puddica” corrisponde alla focaccia ripiena, tant’è che esiste anche la canzone: “La mamma è priparata la puddica chiena di chiapparini e pummitori”. Infatti, secondo l’Imperio (ved. Bibl.) “puddica” significa focaccia derivata da peld (spandere, stendere, schiacciare). Ma originariamente era il pane primitivo che, in forma schiacciata e allo stato azimo, veniva cotto su una pietra arroventata o su cenere o carboni accesi. Solo in tempi molto vicini a noi è diventata focaccia o, dall’inglese pudding, torta.
PUTICHINU (L. s.) : si può ritenere fondatamente che sia un termine derivato dal latino apotheca, bottega, (intesa come magazzino, deposito di merci varie) e quindi botteghino, piccola bottega, in cui si vendono soprattutto sali e tabacchi, valori bollati e (una volta) chinino. Oggi, anche per il calo dei fumatori, vi si vende di tutto e si va piano piano trasformando in agenzia o ufficio: vi si ricevono le giocate del lotto e del superenalotto (anche le ricevitorie sono scomparse), i bolli dell’auto. E così, anche “lu vecchiu putichinu” va perdendo la sua funzione tradizionale!
PUZZU A NGEGNU (L’er.) : pozzo “a ingegno”, sul quale e a fianco al quale è installato un congegno a catena con dei secchi metallici a forma di mezzo cilindro per “tirare” (da qui il “tiragnu”, ma con secchio a forma di tronco di cono e a volte di pelle) l’acqua da versare nella “pischera” (ved.). Questo congegno, anticamente, veniva mosso da un asino o un cavallo dotato di paraocchi, che, girava, girava, girava fino a quando la “pischera”, col foro di uscita dell’acqua otturato, non si riempiva o fino a quando non si finivano d’innaffiare (“d’acquari”), attraverso appositi solchi (“carisciuli”) gli ortaggi che si coltivavano nel grande giardino (da qui “sciardinieri” = giardiniere). A Mesagne esiste proprio il rione “Ngegna”, in cui erano numerosi i giardini a “dacquatizzu” e quindi “li puzzi a ngegnu”. Anche questi, ormai, sono solo un ricordo: i minipozzi ed i pozzi artesiani li hanno sostituiti.
QUAREMMA (L’er.) : il richiamo alla Quaresima (quarantesimo giorno prima di Pasqua) è evidente. “Quaremma” è un personaggio legato alla tradizione mesagnese ed è rappresentato da un fantoccio confezionato con cenci (tant’è che si dice: “quaremma zinzulosa”, cenciosa) ed abito sdrucito di colore scuro. Viene esposta, sul finire delle feste carnevalesche, al balcone di casa con una “rocca” (asse per la tessitura) in mano. Simboleggia, nell’immaginario collettivo, la vedova di carnevale, triste e sconsolata perché il periodo dei divertimenti, iniziato dal giorno di Sant’Antonio Abate (“ti Sant’Antueni mascheri e sueni”), è finito (è morto carnevale, il simbolo dei divertimenti) ed è arrivato il periodo del digiuno, dell’astinenza, ecc. Si raffigura come donna magra, allampanata, brutta (“sì brutta comu na quaremma”).
QUATARA (L’er.) : dal latino calidus o dalla forma sincopata caldus, quindi “caldaria”, attinente al caldo, che serve per riscaldare e bollire. Caldaia, intesa, in questo contesto, come “recipiente di rame” (rossa e “stagnata”, cioè ricoperta internamente di stagno) piuttosto capace “e dalle forme più varie” utilizzato per riscaldare o, più precisamente cuocere alimenti: pomodori per la salsa…, braciole in abbondanza. Certo, qui è evidente il senso dell’esagerazione: ma quando mai si è vista “na quatara” di braciole, soprattutto, poi, per un ristretto nucleo familiare? Oltre il testo: oggi esiste anche la caldaia che ha la funzione di generatrice di calore: riscalda l’acqua che mette in circolo nei tubi dei termosifoni o l’invia ai servizi sanitari.
QUAZI (P. e C.) : da calza lunga e quindi calzoni (“quazuni”): indumento sino a ieri esclusivamente maschile ma oggi anche massicciamente femminile, che copre il corpo dalla cintola in giù. “Pi lu priesciu (ved.) non ci cacciu (sto) ntra li quazi (pantaloni)” = per il piacere non entro, non sto nei calzoni.
QUAZATU (scia) (N. ti p.) : da calze = senza calze; ma qui: (anche) senza scarpe, scalzo, a piedi nudi. “Squazatu e squartatu”: = scalzo e con gli abiti laceri, un povero morto di fame.

Pagina creata il 09/12/2009

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