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| GLOSSARIO
(a cura di Spartaco Colelli)
Il dialetto, com’è ben noto, è una lingua locale, una forma di espressione/comunicazione utilizzata in ambiti geografici limitati, per cui risulta difficile che un messaggio emesso con tale mezzo linguistico possa essere recepito da un interlocutore estraneo all’ambiente. Non solo, ma può anche darsi che, allo stesso destinatario locale possa riuscire incomprensibile il significato di un termine o di una frase idiomatica sia perché caduta in disuso sia perché, nel succedersi degli anni, ha subìto una metamorfosi tale, da perdere il legame o il riferimento al significato originario. Solo uno “studio accurato farebbe”, come si legge nell’introduzione del Russi , rilevare come quest’ultimo fenomeno sia in gran parte dovuto all’influenza di “voci greche, latine, francesi, spagnole” e come “ogni dominazione straniera” (Russi) abbia lasciato nel dialetto, contaminandolo o arricchendone la portata culturale.
Ora, se è possibile che la difficoltà di comprensione di un termine può essere facilmente superabile in una situazione di dialogo (il dialetto, bisogna sottolinearlo, è una lingua eminentemente orale), ricorrendo a sinonimi o metafore, ciò non è possibile quando si assiste alla rappresentazione teatrale di un’opera scritta e recitata in dialetto. Ma c’è di più: la difficoltà aumenta quando il termine o la frase sono “vittime” di una intenzionale “corruttela” linguistica, di “storpiature”, “forzature” per “caricare” la battuta di spettacolarità e quindi provocare la risata e l’applauso. In questo caso, com’è facile intuire, sfugge del tutto alle regole, ai cosiddetti “universali linguistici”, che pure esistono e sono la condicio sine qua non perché il messaggio sia coeso, logicamente strutturato e quindi compreso.
Nel corso di questo primo venticinquennio di Misciagni Nuestru, nella sceneggiatura di ogni spettacolo teatrale, le varie motivazioni citate (il dialetto come antica forma di comunicazione locale, dialetto come lingua orale, termini/frasi caduti in disuso o dimenticati, stravolgimento/forzatura per esigenze di spettacolarizzazione, ecc.) sono state e forse saranno sempre presenti (malgrado le riserve di alcuni in merito all’uso frequente e a volte volutamente ricercato di vocaboli alquanto scurrili).
Nasce da queste considerazioni la necessità di aggiungere al “nudo” glossario, preparato ed offerto nella circostanza delle rappresentazioni, un altro glossario “vestito”, cioè analitico, arricchito di richiami storico-culturali, ivi compresi quelli riferiti ad altre lingue, cui si è fatto cenno innanzi.
Va chiarito, però, che l’obiettivo del lavoro non è una ricerca sistematica sostenuta e condotta con rigore scientifico, ma piuttosto (e soprattutto) quello di richiamare, rievocare quegli appigli culturali che l’esperienza personale e i riferimenti diretti di persone anziane, vera memoria storica del nostro dialetto, riescono a mettere in evidenza. Quindi, un glossario costruito a fini pragmatici, prendendo a “pretesto” l’espressione caratteristica di un “testo” teatrale ed analizzato nel “contesto” linguistico e spesso sviluppato “oltre il testo”, cioè in situazioni diverse da quelle considerate. Perciò, né studi di vocalismo o di consonantismo, che richiedono e trovano una giustificazione obbligata in ben altri lavori, con obiettivi specifici di glottologia. Questo vuole essere, insomma, un tentativo di chiarire dal punto di vista etimologico (molto difficile, perché spesso non è facile reperire delle fonti certe, ove esistano) e semantico, il perché dell’uso di un certo termine. Lavoro modesto, quindi, senz’alcuna pretesa o ambizione (almeno per adesso) stilistico-letteraria che vuole evidenziare quel “lessico” generalmente usato nelle varia situazioni comunicative riferite a contesti socio-ambientali e spazio-temporali del passato che ritorna e rivive nel presente grazie proprio al dialetto.
Sulla base di questi intendimenti, molto spesso un termine ricorrente in più testi teatrali, ma in situazioni diverse, viene più volte ripreso e commentato nelle varie accezioni: qualche volta, sempre nel tentativo di offrire una gamma di “fruibilità” più o meno ampia della parola, si è andati, come già detto, “oltre il testo”: esemplificazione di altre circostanze in cui il termine viene anche usato e coerentemente contestualizzato. In questa “ricerca” sono stati di valido aiuto alcuni contributi offerti, in sede di interviste dirette, da persone anziane, anche ultranovantenni.
Perché tutta questa fatica? Beh, almeno per due ragioni: una di ordine generale ed una di ordine particolare.
Secondo la prima, noi tutti di “Misciagni Nuestru” riteniamo, istituzionalmente, che il dialetto racchiude in sé un immenso patrimonio culturale, che va vieppiù scoperto, tutelato, valorizzato, in quanto costituisce come un “cordone ombelicale” tra le nuove e le vecchie generazioni della nostra città. Ogni parola, intessuta in un contesto, tramanda, comunica contenuti culturali, quali usi, costumi, tradizioni, leggende, ecc., che valgono a spiegare certi comportamenti, magari completamente diversi da quelli di altre realtà e dello stesso nostro tempo presente. Quindi, il dialetto può offrire utili elementi per una giustificazione storica di alcuni valori che, malgrado anche le innumerevoli e profonde innovazioni, rimangono o riemergono nella memoria. Allora, tutela del dialetto – attraverso l’uso – per mantenere vivo, non spezzare il legame alla propria terra, al “natio loco”.
In merito alla seconda ragione, desideriamo evidenziare due motivi validi per la conservazione del dialetto:
- il dialetto non è un codice di espressione/comunicazione “fisso e immutato” (Russi – introduzione), ma soggetto, come ogni lingua, compresa quella locale, ai cambiamenti dovuti a mille fattori, in particolare al transito o alla permanenza più o meno lunga di “forestieri” (trasmigrazioni e immigrazioni) ed anche all’evolversi di fenomeni della vita associata locale;
- il dialetto assicura, meglio di qualunque altro linguaggio, la funzione colloquiale della lingua. Riteniamo non fondata l’accusa di riservare, anche nell’ambito scolastico oltre che associativo, attenzione all’uso, alla pratica del dialetto sia una perdita di tempo. Oggi che si parla di globalizzazione economica e di internazionalizzazione culturale e quindi di acquisizione di più “codici” comunicativi o “lingue” e quindi di plurilinguismo, val bene la pena di affiancare alle “tante lingue” con le loro varie funzioni, una lingua o, meglio, un linguaggio, appunto quello dialettale, che garantisce una espressione spontanea e ricca di “trovate”, “frasi idiomatiche” o “sfumature” che arricchiscono e “infiorettano” la comunicazione.
In conseguenza di quest’ultima considerazione, possiamo dire che il dialetto garantisce al parlante una sicurezza emotiva, perché non è molto preoccupato dalla ricerca lessicale specialistica (necessaria invece in altri ambiti e ad altri livelli) e instaura tra gli interlocutori un’atmosfera di “colloquialità”, uno stato d’animo sereno pronto ad esplodere in espressioni di felice abbandono alla creatività.
“Misciagni Nuestru”, privilegiando la rappresentazione di opere e canti nella forma dialettale, ha tentato, si è impegnato (e continuerà certamente a farlo) di riscoprire e valorizzare la “mesagnesità’ ”, cioè tutto quel patrimonio linguistico-culturale in cui ritroviamo le “radici” del nostro vivere civile.
Quale la chiave di lettura di questa “Appendice”?
Innanzi tutto, perché solo i termini qui contenuti e non altri pure insiti nei vari testi rappresentati e presi in considerazione? Quali i criteri di scelta/selezione delle varie parole?
Data la struttura o l’economia del lavoro, non si è potuto né si è voluto (momentaneamente) ampliare ulteriormente la gamma dei vocaboli (sarebbe stato un vocabolario e, qui, non vuole esserlo), ma si è voluto puntare l’attenzione su quei termini che sono sembrati caratterizzanti dell’opera rappresentata.
Quando lo stesso termine si ritrova in più testi, si è preferito (come già accennato) tradurlo e commentarlo una sola volta e, ovviamente, ove sia stato usato con accezioni diverse, si è ritenuto opportuno rilevarne contestualmente la particolarità. Vedansi, ad esempio, i vari intercalari (cazzatora – mmasunata – masquagghiata – matosca ecc.) che non sempre hanno le “sfumature” semantiche simili tra una circostanza e l’altra o tra un testo e l’altro.
Una “rubrica”, si ripete, ricorre spessissimo: “oltre il testo”. Si sono voluti aggiungere al significato stricto sensu del termine anche altri significati linguisticamente corretti (frasi idiomatiche, modi di dire, qualche proverbio, ecc. ecc.) contestualizzati in situazioni comunicative differenti. Certo, il numero degli esempi è alquanto riduttivo rispetto al numero molto vasto dei significati e delle occasioni/locuzioni che s’incontrano nel parlare corrente. Ma questo, crediamo, potrebbe essere uno stimolo in più per una ricerca ed un approfondimento nel tempo, ovviamente con prospettive di “taglio” diverso.
Un cenno, infine, alla bibliografia.
Essa, rapportata alla natura del lavoro, è alquanto limitata. Comprende, comunque, delle opere di base utili per “localizzare” il dialetto ed altre consultate allo scopo (non sempre facile e riuscito) di risalire all’etimologia ed alla storia della parola. Ove si sia trattato di citazioni molto lunghe, queste sono state doverosamente virgolettate, con l’indicazione della fonte; ove, invece, si sia trattato – come in più di qualche caso – di aggiunta di un sinonimo riportato in opere frequentemente citate, ci si è limitati alla sola “virgolettatura”, come si è proceduto quando si voleva evidenziare la particolare “significatività” del termine.
Un doveroso e cordiale ringraziamento esprimiamo a chi, in modi diversi, ha offerto spontaneamente una preziosa collaborazione per la realizzazione di questo lavoro:
LEGENDA
1975/76 e sgg. P. e C. Pernia e Cola di Anonimo del ‘600
1983 La f. F. La furtuna cu la “Effi” maiuscula di A.Curcio E. Dipietrangelo
1992 N. ti p. Non ti pago di E. De Filippo e di E. Dipietrangelo
1993 N. c.C. Natale in casa Cupiello di E. De Filippo e di E. Dipietrangelo
1994 R.t. Recchi tisi… di F. Roberto e di S. Colelli
1995 V.v.d. Vecchio vuol dire E. Dipietrangelo
1996 L. s. Lu scarfaliettu di E. Scarpetta e di E. Dipietrangelo
1997 M. e n. Miseria e nobiltà di E. Scarpetta e di E. Dipietrangelo
1998 M. s. Lu matrimoniu scumbinatu di G. Giampietro
1999 L’er. L’eredità…ti lu nonnu Nicola di Catone Tersonio (pseudonimo)
2000 M. a c. Nu maritu a cambiali di Catone Tersonio (pseudonimo)
ACURI (N. ti p.) : dal latino acus-i = ago (àcuri: plurale aghi). E’ uno strumento, di metallo o anche di legno, di varie dimensioni (determinate dall’ uso), da una parte molto appuntito e dall’altra con un forellino (cruna) attraverso cui s’infila il filo del cotone, di lana, ecc. per cucire a mano (per cucire a macchina la cruna è alla punta). Qui, per estensione, è considerato come strumento di supplizio, di “tortura”.
ANCHI (tua) (V.v.d.) : può avere due significati:
- gamba, dal germanico Hanka, e quindi gambe tue, come in questo caso: (spezzo) le gambe a chi si permette di portare la colazione a quel fannullone che sta ancora a letto;
- “anchi tua”= all’anima tua, mannaggia a te; vale come una forma d’imprecazione o di esclamazione: “all’anchi tua”, che sei capace di fare!… Ma che hai fatto?
ANTU (n’) (L’er.) : dal latino am(bi)tus, striscia di terreno (Garrisi); è l’insieme di operai che lavorano come “salariati fissi” alle dipendenze di un padrone terriero o di una contrada: lavoro all’ ”antu” ti “Casignanu”, ti la “Pigna”, ecc.
ARRENTI-ARRENTI (V.v.d.) : forse, col beneficio del dubbio, dal latino haereo-es = stare, arrivare vicino tanto da farcela “appena appena” o “a mala pena”; raggiungere la meta o lo scopo con sforzo, utilizzando le ultime energie o “economie” residue.
ARRETU (N.c.C.) : di nuovo, un’altra volta. Volendo rintracciare l’etimo, si può fondatamente risalire al verbo arretrare, nel significato di tornare indietro e quindi rifare/ripetere “arretu” un’altra volta ciò che è stato fatto o detto. Può essere utilizzato come esclamazione d’insofferenza, di noia: ancora! Oppure come esclamazione d’incitamento: dai, forza, un’altra volta! ASTUCU (N.ti p.) : dal latino astracum, lastra di pietra, basola; quindi: “astreco” – “astucu” – terrazzo. Andare, stare “sobb’all’astucu”: andare, stare sul terrazzo; qui, per aspettare segnali utili per ricavare i numeri da giocare al lotto. Modi di dire: se uno gioca sempre e non vince mai, si riduce sul lastrico, in mezzo ad una strada “lastricata”, povero e bisognoso di tutto. ATTANI (M. e n.) : il padre. Forse si può rintracciare un influsso del germanico atta, attane: padre. Riandando ancora più indietro nel tempo, da attas, derivato dalla lingua dei Lici (Imperio, pag. 38). Comunque, è un termine “ancora usato tra i ceti più umili” (Imperio).
BABBIATA (L’er.) : forse “bleffata”, dall’inglese bluff: il discorso che state facendo è tutta una montatura, fondata su una congettura, una finzione; Giovanni crede che in casa del defunto ci siano soldi e che noi, dice Melina, stiamo “bleffando”; ma è tutta una falsa presunzione, perché qua – continua – soldi non ce ne sono, in quanto il nonno “si l’era fuchisciati” (ved.). Oltre il testo: una presa in giro, una mess’in scena per scopi reconditi.
BAUGLI (V.v.d.) : certamente dal termine generico bàule: cassa da viaggio per molti effetti d’uso. In particolare, dallo spagnolo bàul, derivato a sua volta dal francese antico baiul: cassa da morto, quindi “casse mortuarie”. Qui trova conferma la tesi che i termini dialettali molto spesso sono l’effetto di influssi “incrociati” di lingue di popoli contigui di stanza permanente in certe località o di transito per motivi vari (trasferimenti, conquiste di altre terre, ecc.).
BBENCU (M. a c.) : dal dialetto “bbincere”, in cui c’è stato uno scambio di consonante, “b” per “v”: vincere, dal latino vinco-vincis. Ma qui non sta per “vinco una battaglia”, una scommessa, bensì per “non ce la faccio” ad accumulare e mettere da parte tutti i soldi per pagare i debiti che diventano ogni giorno maggiori, per quanto io lavori notte e giorno. Maledette cambiali!
BINITICA (N.c.C.) : dal latino bene-dicere, non tanto nel significato di “dire bene”, quanto, più propriamente, nel significato religioso di avere la benedizione del Signore: “Iddio vi benedica” = siate protetti dalla benedizione di Dio. Qui, il termine è usato come esclamazione: “Pripara nu pranzu, dò, binitica, nò manca nienti” = prepara un pranzo ricco della benedizione del Signore. Oltre il testo: “Cce bellu vagnoni, cce bella casa, binitica” = che bel ragazzo, che bella casa, abbia la benedizione di Dio (sia benedetta dal Signore).
BRUSCCA (sta) - BRUSCCARI (V.v.d.) (N.c.C.) : deriva certamente dal tardo latino bruscus (pungitopo, pianta dai rametti appuntiti) e quindi da “brusca”: spazzola per pulire il pelo del cavallo. Questa operazione, come è facile comprendere, arrossa inevitabilmente la pelle procurando un forte bruciore. Ma qui è usato in senso figurato: “Bruscu” mi risento, ho reazioni di rabbia perché l’azione compiuta da Tommasino (non ha restituito “la cincu liri ti restu”) è moralmente scorretta. Io “bruscu” quando vedo “cosi stuerti” (non giuste). C’è della gente che “brusca” per un nonnulla, specialmente quella dal temperamento sanguigno. Con altra accezione, si usa dire anche: “E’ bruscatu ti mmienzu alli iammi” = per effetto di uno strofinio, le gambe si sono arrossate.
BUATTA (La f. F.) : dal francese boite: recipiente di latta, di lamiera sottile “stagnata per conservare a lungo salsa, pomodori”, ecc. Qui: sugna. simile allo strutto, grasso per ungere o cuocere l’uovo al tegamino.
BUCALU (L.s.) (L’er.) : dal latino baucalis-is, con richiamo a “bucca”, bocca: boccale, recipiente per lo più di terracotta o di vetro per contenere ed eventualmente rinfrescare liquidi (acqua, vino o, come in questa situazione, latte). E’ di varie forme, ma la più comune è quella a tronco di cono, a volte panciuto con un restringimento verso al sommità ed un orlo allargato con un beccuccio e, all’opposto, un manico per la presa. Molto usato nelle antiche cantine per la mescita o in alcune osterie o ristoranti caratteristici (es. agriturismo). Rappresenta un po’ il simbolo del casereccio.
CABILLOTU GABELLOTU (R.t.) (L’er.) : un termine che può essere spiegato almeno con due accezioni:
- scansafatiche, vagabondo; “ti do ieni cabillotu?” = da dove vieni, vagabondo, bighellone?
- forse derivato da gabelliere, colui che riscuote le “gabelle” (tasse) per conto dell’autorità costituita ed invece di consegnare l’incasso a chi di competenza lo trattiene per sé; perciò truffatore, imbroglione.
Ma, in questo contesto, va certamente considerata la prima accezione.
CALAPRICI (R.t.) : dal latino calabrix-cis arbusto spinoso molto simile al pirus-piraster, che produce un frutto aspro, “lu pirasciunu” (dal latino pirago-piraginis, pero selvatico e quindi pera = frutto); riferito, come qui, a persone: furbi, infidi. “Cce sorta di calaprici” = furbacchioni, imbroglioni, aspri, pungenti, come il pirus. Il termine, in generale, si usa con tono ironico ed offensivo.
CAMASTRI (P. e C.) : dal greco Kremaster (appendere) = catene metalliche a cui si appende il paiuolo sul fuoco. Ad ogni “capo” si trovano gli uncini per agganciare sia la catena sia il paiuolo (“quartarieddu”); sono due oggetti d’uso tipici di una masseria, e qui Cola rimprovera i suoi interlocutori che fanno finta di non capire e confondono una cosa (camastri) per un’altra (uncini).
CANNA (pi la) (La f. F.) : in concreto: una pianta che solitamente non vive sola, ma nasce e si sviluppa in un canneto, è alta sino ad oltre 2 metri, di forma cilindrica con “internodi”, che certamente ne irrobustiscono la struttura. E’ destinata a vari usi: come tutori per pianticelle, per la costruzione di telai, per l’essiccamento dei fichi (“litteri”), per la costruzione di coperture ombreggianti, ecc. ecc. In senso figurato, come qui: per la brama, per la smodata golosità (pensare al tubo della gola), ingordigia.
CANNANOCI (M.e n.) : “canna della noce del collo”, pomo d’Adamo; ma, più precisamente, gola, tubo attraverso cui il cibo masticato passa nello stomaco. Spesso, come qui, è usato in tono minaccioso: ti rosico “lu cannanoci”, ti strangolo. Oltre il testo: “teni lu cannanoci largu” = ama i “regali”, le “bustarelle”.
CAPOCA (L’er.) : termine frequente nel dialogo: “come no, ma certo!”. E’ la risposta ad una domanda: “Ma tu gliel’hai detto? Ma tu hai fatto come ti ho detto? Capoca! Come no! Certamente!” In altri contesti, può essere usato anche come opposizione, osservazione contraria: “capoca tu sinti”, io le cose le dico e le faccio, non sono come te (es. rammollito, infingardo).
CAPU TI CCHILLA (M.s.) : dallo spagnolo cuella, collo lungo. Capo, cervello di tacchina, stupido. Espressione tipicamente brindisina e tesa ad offendere.
CAPU TI TROZZULA (M.a c.) : da “trozza”, “trozzula”, “cerchio di ruota” (il riferimento è certo alle carrucole), che gira, rotola, non è fissa, perciò volubile; persona non seria, portata a cambiare, a non avere un’opinione propria, senza personalità e coerenza logica; quasi un cretino.
CARDARI (L’er.) : ha un duplice significato:
- cardare la lana, cioè passarla allo scardasso per renderla più soffice; come si deduce è un’operazione d’altri tempi, quando i materassi ed i cuscini erano riempiti con lana di pecore, che, col passar del tempo, s’infittiva ed induriva; è chiaro che non sono esclusi casi attualmente ancora esistenti in alcune famiglie. Oggi quei materassi sono stati in gran parte sostituiti da quelli a “molle”;
- cardare, nel senso (come in questo caso) di creare seccature, disturbare: nel più bello di un’azione o di un’animata o pacata conversazione, all’improvviso si presenta qualcuno che interrompe, disturba, dà fastidio provocando reazioni d’insofferenza. “Uhè, vagnò, non mi sta’ a cardari” = ehi, giovanotto, non mi disturbare, non mi mettere in croce. Pure: “sì nu cardaturu” = sei un brontolone che ripete sempre le stesse noiose cose; “nò tieni pili a cardari” = non tieni niente da pensare e fare e brontoli, sei un… rompino.
CARNALEGNA (L’er.) (V.v.d.) : il termine è d’incerta derivazione, ma esso è molto diffuso nel codice dialettale, specialmente quando si affronta il problema del lavoro: non voglia, mancanza di volontà nell’aiutare, nel collaborare, nel lavorare in genere; ozio, pigrizia. Oltre il testo “lu fotti la carnalegna” = non vuole lavorare; “fiocca la fiacca” = batte la “fiacca”, non ha voglia di far niente. Da qui, poi, “carnali” = sfaticato, svogliato. “A carnali e piccirilli nci conza lu liettu” = a volte gli svogliati sono fortunati e sono serviti come i bambini.
CARNIALI (N.c.C.) (L.s.) : è chiaro il riferimento a “carnevale”, il fantoccio costruito su uno scheletro di ferro o di legno con stoffe e cascame vario e bruciato a conclusione di un periodo di scherzi e baldoria prima della Pasqua; appunto perché fantoccio, un ragazzo poco serio ed anche un po’ fatuo, poco intelligente. Zitto tu, “carniali”, fesso che non sei altro. Il termine viene usato sia in tono scherzoso che offensivo, a seconda della situazione o del contesto in cui è collocato: “eh, sbrigati, non fare lu “carniali»; e tu, “carniali”che non sei altro, queste cose fai? Vergognati!
CAROSI e CARUSEDDI (R.t.) : da “caruse”, termine dialettale eminentemente leccese: qui, una ragazza da marito, una fanciulla bella, ben curata anche nell’abbigliamento; vezzeggiativo; significato diverso dal “carusu” siciliano: ragazzo da bottega, salariato fisso. In altri contesti, l’etimo può rintracciarsi nel verbo “carusare”, “caruppare” = tosato, con i capelli tagliati a zero. E’ un taglio o una “carusatura” o “rapatura” oggi molto di moda.
CA(GA)RZALONI (M.s.) : da “carzali” o “garzali” = guancia, gote; forte colpo di mano sulla guancia, schiaffo o, perché accrescitivo, schiaffone o “sccaffone”. “Mò t’arriva nu carzaloni tra capu e cueddu” = uno schiaffone tra capo e collo.
CARZITTELLA (M.a c.) : garza, piccola striscia di garza. Il termine “carzittella” quando è riferito a persona, ha un significato dispregiativo (che vale poco, che si dà arie di nobile, ma è una “mezza calzetta”). Qui, esso si riferisce, metaforicamente, alla “retina” che funge da lucignolo per i lumi a gas o a petrolio, ma estremamente fragile: Pascalino se ne va e quindi non lo sfottete più, non gli rompete più la testa (come si rompe, appunto, una retina).
CATTIVATA (M. a c.) : è un malizioso modo di giocare sull’equivoco, anche se viene proprio da Pascalino. Cattiva per cattivata, sedotta. E’ una sottile cattiveria tesa ad offendere Rachele per il suo stato di gravidanza senza marito, oppure, molto frequente in situazioni reali: vedova(o), rimasta sola, prigioniera (da captivus) di se stessa, senza compagno. Oltre il testo: “Ti quandu cattiau, nò sì cogghiu chiui, puviredda” = da quando “vedovò”, rimase vedova, non si riprese più, poveretta:
CAZZATORA (L’er.) (M.s.) : il significato del termine può derivare da “terra schiacciata” (“cazzata”?) dalle ruote di un traino. E’ un tipico, inevitabile fenomeno che si verifica in un sentiero o stradina di campagna. Quindi le “cazzatore” sono due quante sono le ruote di un traino o altro mezzo di trasporto (biroccio, carrello) tirato da animali (cavallo, asino, bue); stare, entrare (“trasiri”) in “cazzatora” significa stare sulla traccia, nel percorso, capire, attenersi alle regole. “Nò vuè trasi a cazzatora” = non vuoi capire, non vuoi tirare diritto. In questo contesto, forma pudica: per quale c… di motivo; oppure, come intercalare: che cazzatora vai cercando? Che cazzatora porti? Oltre il testo: “e n’ha ‘mbiuta acqua ti cazzatora!” = e ne hai bevuta acqua stagnante in una “cazzatora”! Ovviamente, questo lo si soleva dire a persona che veniva dal nulla e magari si era costruito un piccolo, ma invidiabile patrimonio.
CCAPPATU (c’ha) (V.v.d.) : non essendoci un etimo certo, si può ipotizzare che derivi da un verbo latino a sua volta derivato da caput-capitis (capo): che ti è capitato, cioè che cosa ti è caduto in capo? Quale disgrazia ti ha colpito? Quale “tegola” (fatto spiacevole) ti è “capitata”, caduta tra capo e collo? Ma anche, oltre questo contesto: incappato, da incappare: è “ccappatu” alla tagliola (es. topo o altro animale); oppure: è “ccappatu” in una rete di ladri e d’imbroglioni: si è imbattuto, oppure, ancora: è “ccappatu”, lu f…; dopo tante peripezie è stato preso, arrestato, colto in flagranza.
CCATTARI (R.t.) : dal latino volgare accaptare o, più precisamente, dal francese acheter, comprare; ma anche dal latino classico comparo-as = procurare. Quindi si devono comprare, procurare le medicine di pronto soccorso, perché la loro presenza in una casa è indispensabile.
CHIANCHI (M.s.) : basole di pietra calcarea usata per pavimentare strade ed abitazioni specialmente per la sua durezza e lunga resistenza all’uso. Essa, nel tempo, è stata soppiantata dal mattone; ma oggi, anche per la valorizzazione dei centri storici, va riconquistando il suo pregio classico, perché segno di antichità e quindi non si coprono, ma si… scoprono. Oltre il testo ricordare il famoso gioco “spaccachianca”.
CHIANCUNI (R.t.) : certamente dal latino planca-ae = tavola; ma qui, pesante lastra di pietra, masso o macigno inteso in senso figurato: i mille pensieri che gravano su di me come “chiancuni” mi procurano una sensazione d’incubo, di paura.
CHICCHIRI (N.c.C.) : dallo spagnolo xicara = guscio di “un frutto tropicale” (Treccani); plurale di “chiccara”, recipiente di porcellana o terracotta che si usa per metterci e bere il caffè; tazza, tazze. Oltre il testo: “Ah ah, mò stà parla in chicchiri e piattinu” = ah ah, adesso vuol parlare in italiano, “sporcheggia”.
CHIOFA (L’er.) : forse dal latino globus in una particolare accezione: mucchio, pugno; quindi un “grosso tozzo di pane”, magari di quello “fatto a casa”. Comunque, qua si fa riferimento certamente alla zolla di terra, piuttosto grande, che si formava durante la coltivazione con la zappa di un appezzamento di terreno da tempo non dissodato. Famosa la “bancata”: una fascia di terreno durissimo da lungo tempo “nicchiarucu” (ved.) zappato da due o più zappatori con la fuoruscita di grosse “chiofe” che ritmicamente venivano “scucuzzate”, schiacciate con più colpi. Lo stesso fenomeno si verifica oggi con lo “scasso” del motore. Trapela lo spirito ironico-offensivo dell’osservazione rivolta a chi è sempre affamato, pur avendo mangiato qualche minuto prima.
CIAMARA (L’er.) : termine esclusivamente mesagnese, senza una precisa etimologia; è quel rudimentale strumento ricavato dallo stelo di grano o di erba per produrre un suono, un fischio; può essere rassomigliato allo zufolo che viene usato specialmente dai guardiani di pecore. Si costruisce praticando un’apertura alla sommità dello stelo a canna e dei forellini per la modulazione dei suoni. Se vi si soffia con forza viene emesso un fischio intenso (“ucculu”). Le “ciamare” del periodo di carnevale sono invece costruite con ben altro materiale (es. cartone pressato con beccuccio di plastica) ed emettono anch’esse un fischio assordante, soprattutto, poi –come sempre succede- se sono molte ad essere suonate contemporaneamente. La “ciamara” appassiona in particolar modo i bambini che amano il suono frammisto con rumori.
CIERRI (ti purpu) (M.s.) : il significato del termine si ricava chiaramente dal contesto linguistico e situazionale: tentacoli; i tentacoli che si stendono per reggersi, aggrapparsi. Ma, volendo cercare un elemento che richiami, anche etimologicamente, il concetto, si può pensare, anche senza forzatura, ai “cirri” (dal latino cirrus) o “ventose” o ai viticci come organo che si attacca a qualcosa, avvolgendosi a spirale. Ma non è escluso che, come certamente in questo caso, i “cierri” servano per ricevere e trasmettere sensazioni attraverso la palpazione. “Fermu cu quiddi cierri…” = fermo con quelle mani che si stendono per toccare tutto.
CIMINARU (P. e C.) : da “cima”, parte superiore; qui, parte esterna al di sopra del camino, anche canna fumaria. “Come sei nero! E cce stà iessi ti ntra lu ciminaru?” E che stai uscendo da una canna fumaria?
CINISA (V.v.d.) : ved. “frascera”.
CINNARATURU : da “cenniri”: cenere; contenitore di cenere con funzione di filtro: pezzo di stoffa bianca, solitamente di forma quadrata, fortemente intessuta con fili di cotone al telaio (“tularu”), che si trovava in molte case di famiglie antiche. La solidità della tessitura era giustificata sia dal fatto che “lu cinnaraturu” veniva usato più e più volte per il bucato eseguito in un tronco di cono di terracotta di varie dimensioni, sia dal fatto che esso doveva conservare intatta la sua capacità di filtro per la “lissia” (ved.). Molto importante era, a questo fine, la qualità della cenere, che doveva essere ricavata dalla “ramagghia”, frasche/rami di ulivo. Per questo, spesso, si ricorreva ai forni di pietra, che venivano portati ad una temperatura giusta. “Lu fuecu ti ramagghiu” produce molta cenere sottile.
CIPIERNI (M.s.) (L’er.) : il termine, pur considerandone lo stesso etimo (dal latino scirpus: giunco), viene usato nei due testi, ma con una diversa accezione o sfumatura. Nel primo testo è offerta l’immagine di una testa da cui spuntano tanti diavoletti come dei “fusti” giunchiformi ampiamente ramificati. Essi rappresentano tutte quelle preoccupazioni e quei pericoli che contraddistinguono uno stato d’agitazione. Nel secondo testo, quei “fusti” significano le intenzioni, le diavolerie, le “mire”, i propositi con cui i parenti sono venuti dalla Francia. Chissà con quali “cipierni”, cioè con quali scopi reconditi “se ne sono calati”, dopo la morte del nonno. “Cipierni” qui anche cattive intenzioni.
CIRDULLINA (M. a c.) : lembo di stoffa della camicia che fuoriesce dai pantaloni (etimo ignoto).
CIUNCATI (li mani) (L’er.) : anche se alquanto azzardato, dal latino truncare o truncus = cioncare, spezzare, mozzare, mutilare. “Se ti si fossero spezzate le mani, se avessi, di colpo, subito la mutilazione delle mani, non avresti scritto”. Certo, è una forma di maledizione giustificata solo dallo stato di tensione di cui si era lentamente caricata l’atmosfera. Ma, pur avendo la stessa matrice etimologica, il termine si presta legittimamente ad un’altra interpretazione, ma in un ambiente sereno: “se ti si fossero bloccate, momentaneamente paralizzate, rattrappite le mani…” E ancora, in altro contesto: mi sento tutta “ciunca”, indolenzita; “m’annu ciuncati li iammi”, mi si sono bloccate, paralizzate le gambe. Mamma mia, che sofferenza!
CONZA (mi) (L’er.) : da “cunzari” o dal latino condire (ma l’etimo non è certo): ti deve preparare una minestra con tale… sapore, da farti leccare le labbra. Questa prima volta, il termine è chiaramente pregno di una sottile ironia. In una seconda volta è evidente la carica di aggressività: i piatti te li “conzu" con condimenti talmente acri, amari, che te ne accorgerai: “mò viti, mò, cce sirviziu (piatto, tranello) ti priparu”. L’atmosfera, ormai, è surriscaldata.
GRAFAGNA GRAFAGNULU (L’er.) : per estensione, “bandolo”, il capo del filo della matassa; è uscito pazzo, è impazzito, “l’è vinuta la paccegna” (pazzia) e perciò non ragiona più, non riesce a seguire più il “filo del discorso”, ha perduto il “bandolo”, non lo si capisce più quando parla o fa qualche cosa; in altri termini “scunchiuti”, parla a vanvera, in maniera sconclusionata e si comporta in modo incoerente. Le varie espressioni, anche se di senso apparentemente affine, testimoniano le varie considerazioni che ogni componente della famiglia fa su “lu zu Ciccillu”.
CRAUNARU (L.s.) : da carbone: carbonaio, venditore al dettaglio di carbone (“craunu”) e carbonella (“ciniglia” o “cinisa”: ved.). Antica figura caratteristica di “venditore ambulante” (ma anche a posto “fisso”) che, tinto di nero come un carbone, percorreva in lungo e in largo le vie del paese al ritmico, inconfondibile grido di “ci voli cinisa, uhè”. Oggi con l’avvento delle nuove tecnologie che hanno massicciamente diffuso nuove e più efficaci fonti di calore “lu craunaru” è scomparso e con lui un pezzo di storia “patetica” dei nostri usi e costumi. Ma è rimasta la “frascera” (ved.), simbolo dell’unità e del calore della famiglia.
CRAUNI (R.t) : ved. “craunaru”.
CRIANZA (L’er.) : dallo spagnolo criar e dal latino creare = allevare, sviluppare buon senso, sensibilità verso gli altri, rispetto nei rapporti interpersonali. Qui, “senza crianza”, perché non hanno acquisito le regole del buon comportamento, della buona educazione. Modi di dire, oltre il testo: “è lassata la crianza ti lu scarparu” (o dei contadini: Treccani) = ha lasciato un boccone in fondo al piatto per dimostrare che il pranzo è stato abbondante e ne è anche avanzato; “po’ nci faci (fai) na crianza” = gli mandi un pensierino, un piccolo regalo; “nò tieni filu crianza” = non hai per niente sensibilità (o creatività).
CUCCUVASCIA (M. a c.) : civetta, animale pennuto talmente brutto che, attribuito, come qui, a persona, ha un valore chiaramente dispregiativo; e Rachele, la ragazza “scinduta” (sedotta e abbandonata), somigliava proprio ad una “cuccuvascia”, tanto da far domandare alla madre: “ma come hai fatto ad avvicinarti?” E’ un nomignolo attribuito solitamente a donna brutta e stupida.
CUCUMBRAZZU (L’er.) : derivazione attendibile: dal lat. cucumis-cucuminis, cocomero; ma, più precisamente, melone allo stadio iniziale. Riferito a persone, come qui, acquista un significato dispregiativo e fortemente ironico: uomo da nulla, di scarsa intelligenza, quasi un “pupazzu” (fantoccio); ma anche, come in questa specifica situazione, ficcanaso, che sta sempre in mezzo per ascoltare di tutto (anche “citrulu”, cetriolo).
CUCUMEDDA (R.t.) : camomilla, che Treccani così definisce: “latino tardo chamomila, adattamento dal greco… mela nana, così chiamata per l’odore dei fiori, simile a quello di certe mele”. Qui, essa concorre a fare un infuso costituito da malve, camomilla ed altre erbe, utilizzato per lenire il dolore o calmare. Oltre il testo: “và pigghiti na campumilla” = vai a prenderti una camomilla perché sei agitato.
Anche da “cucuma” , che può avere due significati:
- piccolo recipiente di terracotta, che serve per conservare alimenti o altro;
- donna bassa e tarchiata: “vascia” (bassa) quanto una “cucuma”; “quedda cucuma ti mammata…” Ovviamente, questi due significati del termine vanno intesi al diminutivo.
CUERU (P. e C.) (V.v.d.) : il termine, come si rileva dalla “legenda” in parentesi, lo troviamo in testi diversi, e perciò, per capirne la particolare accezione, sono necessarie alcune premesse:
- etimo unico: corium, cuoio, dal latino corium o dallo spagnolo cuero, ma
- cuoio, pelle dell’uomo; “mi sta tira lu cueru”: mi sto tirando le cuoia, ci sto lasciando la pelle, rischio (quasi) di morire per lo sforzo;
- “virsura”: dal verbo latino vertere o dal s.f. versura-ae: svoltare, inversione di marcia. Questi due termini, associati, sono molto frequenti nei dialetti meridionali per indicare il punto in cui finisce un solco e bisogna invertire la direzione dell’aratro per iniziare un altro solco. Anche, per estensione: campo assolato che rende ancora più dura la fatica. In definitiva: mi sto crepando di fatica per pagare i (vostri) maestri;
- cuoio, “cueru ti pani”, crosta di pane, duro come il cuoio. L’espressione era usata dai contadini, che si rompevano le ossa lavorando da “mane a sera” per guadagnare “nu stuezzu (pezzo), na calata ti pani”, spesso destinato ad indurirsi, come “nu cueru”.
CULACCHIU (M.s.) : letteralmente, fondo, “culu” di una bottiglia, di un sacco. “Squarcio” (di storia, racconto), chiacchera, insieme di fatterelli slegati che si raccontano solitamente per passare il tempo, ridere o esclamare di meraviglia: tutto dipende da chi lo (o la) spara più grossa!
CULUNI – CULUNI (M. a c.) : dal francese couler, culunare, bagnarsi, gocciolare: bagnati–bagnati, bagnati fradici. Dicesi di persone colte improvvisamente dalla pioggia o schizzate dall’acqua di una pozzanghera al passaggio veloce di una macchina. Anche “muddati”, bagnati di acqua o di umido.
CUNSULU (M.s.) : termine derivato dal verbo “consolare”, dare conforto, consolazione, alleviare il dolore per una grave perdita, quale può essere, appunto, la morte di un parente. Un’ “usanza tipicamente meridionale, consistente nell’offerta di cibi (cotti e non) portati a turno da parenti ed amici della famiglia del defunto nei primi giorni del lutto stretto, nei quali il focolare rimane spento” (Treccani). Naturalmente, oltre al dolore per la scomparsa di un familiare, questo nobile atto di solidarietà comporta una certa spesa, che concorre a spiegare e giustificare lo stato di agitazione della parente di turno (Ndulirata).
CUNTIGNOSA (L.s.) : per “contegnosa”, persona piena di contegno, riservata e composta. Qui, però, si vuole mettere in evidenza l’ ”ostentata serietà” di Amalia, che fa anche l’altezzosa, quasi snobbando l’interlocutore. “Nò fà la cuntignosa” = non fare l’indifferente, facendo finta di non essere interessata ad una qualche offerta o “profferta”.
CUPAGGIA (M.a c.) : dal verbo “cupaggiare”, deformazione di equipaggiare: fornire, attrezzare; ma qui, nella particolare accezione di “dar da mangiare”. Sicchè “il padrone (don Rafeli o la moglie) mi dà qualcosa da mangiare, oltre a qualche lira”. Oltre il testo: “s’è cupaggiatu buenu, buenu lu vagnoni” = ha mangiato parecchio, il ragazzo. Ma anche: “è ssutu bellu cupaggiatu” = è uscito ben equipaggiato, cautelato, coperto; carico di ogni ben di Dio o strumenti vari.
CUSIFIERRU (M. e n.) : forse è una deformazione o una manipolazione di “fusifierru”, fuso di ferro, strumento che serviva per riempire i cannelli (da canna per il telaio (lu tilaru). Lo stesso termine è usato ancora oggi in molte famiglie per indicare quel “ferretto lungo (30/40 cm.), stretto e sagomato ad angoli per preparare i maccheroni (“li maccarruni”) fatti in casa (“li cagghiubbi” o “cavaleddi”). Qui è usato in senso figurato riferito a persona che la sa lunga e, con vari raggiri, riesce ad imbrogliare; persona furba e a volte testarda.
CUTEDDA (M.e N.) : sta per “cueddu”, collo; ma, più precisamente, ne indica la parte posteriore, quindi la nuca o “piccola coda”, da “cutula”, termine che a volte ricorre (o ricorreva) nei dialetti salentini. “Ti tau nu muezzucu sobb’alla cutedda” = ti dò un morso sul collo.
CUTRANIA (P. e C.) : possiamo riferirci a due matrici etimologiche al fine di capire in maniera più completa l’accezione del termine:
- dal francese cutre: coltre, coperta da letto, anche imbottita di lana o altro materiale soffice; trapunta;
- dal latino culcita: materasso ripieno anch’esso di materiale adeguato.
Insomma, forse con un’unica parola, Pernia, nell’enfasi del discorso, vuole indicare più di una parte del corredo che ha “portato” in dote.
DDESCIUTULU (L.s.) (M.a c.) : dal latino de-excitare: destarsi; “scuotilo, sveglialo”.
DDISCITATA (V.v.d.) : dal sonno, svegliarsi; quindi: s’è svegliata. Spesso è usato all’imperativo: “ddesciti” o “ddescititi” (!) = svegliati. I due termini (il presente ed il precedente) hanno una etimologia comune, anche se coniugati in modi diversi.
DDUNATA (mi n’aggiu) (La f. F.) : da “addunare” (Rohlfs) o “addenarsi” (Valli): accorgersi, capire: me ne sono accorta, ho capito dalla mossa, del motivo nascosto della partenza. Oltre il testo: “Uhè, nò mi n’era ddunata, qua stai?” = Ohè, qua stai? Non me n’ero accorta, non ti avevo vista.
DIMMURA(NO) (M. e n.) : certamente dal latino mora-ae = indugio, ritardo; non tarda (o tardano) a tornare; ma anche attesa: “nelle more del suo (loro) ritorno, siediti e racconta o leggi qualcosa”.
DIRRUTTU (R.t.) : dal latino. ructus-ructus = rutto. E’ l’emissione rumorosa e spesso volgare d’aria attraverso la bocca e proveniente dallo stomaco o perché questo è troppo pieno (come in questo caso) o per effetto di disturbi gastrici. E’ inevitabile, poi, che ciò porti a conati di vomito, ad uno stato di malessere generale (la testa “un’aria un’aria”: svuotata) e quindi ad uno svenimento. Oltre il testo: “Stà dirrutta comu nu puercu” = rutta come un porco.
ERA (P.e C.) : dal latino area = spazio libero, aia, su cui si essiccavano e, col concorso del vento, si ripulivano alcuni prodotti della terra ( grano, biada, legumi). A Mesagne, è famosa la frase: “Và scioca sobb’all’era ti lu Carmunu” = vai a giocare sul grande spiazzo (è solo un ricordo!) nei pressi della chiesa del Carmine. Era un modo efficace per dire: vattene al largo, lontano (in periferia), non dare fastidio e magari divertiti.
FACCIOMMINI (M. a c.) : è certamente derivato da faccia, però accrescitivo e dispregiativo: “faccia grossa ed antipatica come quello spudorato approfittatore che ti ha sedotta ed è sparito”. Frasi idiomatiche: “lassulu sciri cuddu facciommini” = lascialo andare quel brutto antipatico (e screanzato); “e comu si la ritia cuddu facciommini” = e come se la rideva quell’antipaticone. Sia in questo, che in altri testi, è certamente da escludere il significato di scemo, buontempone.
FANOI (R.t.) : sta per “falò”: grande fuoco. Qui, in senso figurato: sta soffiando sul fuoco della polemica, del litigio, per cui, da un momento all’altro, se non la smette, non si sa dove e come si va a finire. Oltre il testo: “lu fanoi ti Sant’Antognu (ti lu fuecu)” = il grande fuoco che si accende il 17 gennaio col concorso di abitanti del vicinato, del rione o della parrocchia per festeggiare il Santo (Abate). Ma ci sono anche altre occasioni “pi lu fanoi”: il 10 Agosto, notte di San Lorenzo, sulle spiagge; nei villaggi o nelle “scampagnate” in segno di festa, di brio, di baldoria. E’ evidente che, così materialmente inteso, “lu fanoi” tanto più è grande quanto maggiore è la quantità di fascine raccolte ed accumulate. Ecco il “grande fuoco come situazione determinata da una discussione agitata” concitata.
FARCIFURU (M. a c.) : sta certamente per Lucifero, diavolo: “Ma vedi un po’ che mi ha combinato quel diabolico, disastro di ragazzo”; essere portatore di malanni, disgrazie, scompigli. A volte è usato anche “cifru”, ma con un tono più rimarcato, per indicare una figura grottesca, spaventosa. “Ma viti nu picca cce m’è cumbinatu cuddu cifru” = ma vedi un po’ che mi ha combinato quel… guastafeste. L’appellativo, solitamente, viene affibbiato ad un ragazzo che stà sempre in movimento, che non ha e non dà pace, creando “rrivuetu” (ved.).
FAUZONI (R.t.) : dal latino falsus-i = falso. Qui, riferito a persona: falsa, non credibile. Ovviamente, il termine è usato all’accrescitivo: grande falso, mentitore, che non dice la verità.
FAVI - NCRAPIATI (L’er.) : espressione a cui è legata tutta una cultura della cucina popolare mesagnese: una “pietanza” che ritornava frequentemente sulla tavola del contadino. Le fave cotte alla “pignata” (recipiente caratteristico di terracotta) e mangiate mescolate con la verdura (“rapicauli”: rape; “misculanza”: verdura selvatica; “cicori e cicureddi”, ecc.); non di qua la verdura e di là le fave, ma riunite in un tipico, saporito intruglio… bagnato da un buon bicchiere (o sorso) di vino (magari bevuto “alla sparacina”: ved.). Termine proprio del dialetto mesagnese, non ha una sua etimologia. Le “fave ncrapiate”, scodellate in un unico piatto (“minzanu” o “tirzinu”: medio o piccolo) rappresentano un po’ il simbolo della famiglia riunita, com’era appunto quella antica. Un buon ricordo sono ancora oggi “li favi scarfati cu la rascatora”, prelibata (!) colazione prima di avviarsi nei campi.
FILONI (V.v.d.) : è un termine prettamente dialettale; forse il suo etimo è rintracciabile in una particolare accezione del verbo “filare” = fuggire da…;quindi, filone = fuggire dalla scuola, non andare a scuola (“osci è fattu filoni”); da qui l’espressione “marinare la scuola”, cioè se uno non va a scuola,dove va? A mare o in luoghi di spasso e divertimento. Altro modo di dire: “si l’è filata” = se n’è andato, se n’è scappato, è sparito.
FITU (non mi) (N. ti p.) : certamente da fidarsi: non mi fido, non ho più la pazienza d’ascoltarti, di sentirti lamentare. In altra accezione: “non mi (ni) fitu chiui cu caminu all’appeti” = non ho più la forza (i muscoli non mi reggono più) per camminare a piedi.
FOSTRU (M. a c.) : sta per “saccone?” (ved.). Antico giaciglio sistemato su tavole rette da supporti (“tristieddi”?) in ferro. Ma è un termine usato solo rarissimamente.
FRASCERA (M. s.) : sta certamente per “bracera” = braciere. Derivato da brace, carbone acceso senza fiamma, utilizzato per riscaldare l’ambiente. Per questo, molto usata è anche la carbonella o la “cinisa”, dal latino volgare cinisia (da cinis-cineris = cenere): fuoco sotto la cenere. Ma non è azzardato ipotizzare che il termine “frascera” richiami quello di “frasca” (ramoscello secco) che, oltre agli altri usi (es. insegna di un’osteria), veniva usata per fare appunto la “cinisa” (come i tralci della vite = “salmenti”). Quindi “frascera” = contenitore, solitamente d’ottone, quasi sempre tenuto a lucido, per conservare a lungo il fuoco sotto la cenere. Frase: “Rinfoca la frascera” = rimetti fuoco, fai riardere la “cinisa” del braciere, magari rimuovendola col “palettino” e soffiando con un ventaglio o un foglio di cartone. Come il focolare, il piatto unico, anche la “frascera” (oggi conservata come un cimelio) rappresenta il simbolo della famiglia raccolta, saldamente unita.
FRAUTA (V.v.d.) : certamente dal latino frater tuus, fratello tuo o, più corretto, tuo fratello. In questa situazione il termine esprime dolore ed ironia.
FRUNCHIU (a) (M.s.) : dal latino furunculus, e certamente richiama il fenomeno della nascita di un “foruncolo”, che, solitamente, è improvviso. Quindi, parlare “a frunchiu” significa parlare senza un nesso logico, all’improvviso, senza riflettere, oppure, come qui, inserire un complemento d’arredo in un contesto reale già esistente un altro elemento che non ha niente a che vedere con tutto l’arredamento dell’ambiente (stona, non s’intona, è “scunchiusu”, contrasto).
FRUSCIAMIENTU (P. e C.) : di primo acchito, il termine sembra di difficile decodificazione. Si può ipotizzare che, tenuto presente il contesto logistico, voglia significare rompimento di…; a ben riflettere, così decodificato, ci si può richiamare al termine “frusco” (dal latino ferus, rozzo, selvatico) “incrociato col francese farouche, che, specialmente nella Basilicata e nella Calabria (regioni vicine) indica gli “spiriti folletti maligni” e perciò fastidiosi; quest’ipotesi (confortata da Treccani) porta a spiegare “frusciamientu” come fastidio reiterato, disturbo continuo.
FUCALIRI (M.s.) (L’er.) : sta per “focolare”, dal latino fucularis, focus, foculus, focherello, diminutivo. Praticamente, il caminetto in cui si accende il fuoco/focherello (anche “vamparedda”, piccola fiamma con pochi rametti) per riscaldare l’ambiente o parte di esso e quindi riscaldarsi. E’ un angolo della casa vicino a cui, magari a semicerchio, si riunivano (e in molte case si riuniscono) i componenti della famiglia. “Lu fucaliri”, oltre ad essere una tradizionale fonte di calore, simboleggia anch’esso (ved, “frascara”) l’unità, l’armonia della famiglia. Tra le usanze e credenze: la notte di Natale si soleva (si suole?) mettere “nu trinconi” (grosso ceppo) per riscaldare il nascituro Gesù Bambino; il camino è anche la via d’entrata o d’uscita della Befana che porta doni e carboni.
FUCHISCIATI (si l’è) (L’er.) : da fuoco e quindi, non senza una forzatura, “focheggiare” = mettere a fuoco lenti ed immagini; ma, come in questo caso, anche mettere fuoco, bruciare, consumare, distruggere: i soldi dell’eredità se li è bruciati, se li è spesi tutti, sono spariti. Perciò, non vi fate illusioni, non fantasticate, è inutile che cerchiate. Termine ad effetto, che serve a spegnere la speranza di ogni componente.
FUGGHIAZZA (La f. F.) : termine dialettale tipicamente mesagnese: foglia larga di una pianta (es. tabacco) o di un albero (es. fico). Ma qui è usato in senso figurato: “s’è mangiata la fugghiazza” = ha capito le intenzioni furbesche di chi vuol far credere una cosa per un’altra, ha intuito.
FURNACETTA (R.t.) : senza dubbio, derivata da forno. Antico accessorio da cucina usato sia in casa, sia, soprattutto, in campagna. Esso è costituito da un tronco di piramide con facce e telaio in ferro, col fondo a griglia, su cui si accendevano i carboni e da cui scendeva la cenere in un contenitore appositamente collocato al di sotto; nella parte superiore c’era una griglia mobile su cui si sistemava il cibo da cuocere. Modi di dire: “rrifoca la furnacetta” = fai riaccendere i carboni, il fuoco nella fornacetta. Oggi è ancora in uso specialmente all’aperto.
FUTTUTU (m’è) (V.v.d.) : dal latino futuere = prendere, rubare, sopraffare; qui: mi ha “fottuto” il sonno = mi ha sopraffatto il sonno. Oltre il testo: “M’è futtuti li sordi” = mi ha rubato i soldi; “Cuddu t’è futtutu” = quello ti ha imbrogliato; “ma và fatti fa fottri” = ma vattene, va, chè stai dicendo un cumulo di fesserie.
GA(CA)RBATAZZA (R.t.) : “probabilmente dall’arabo qalib = modello (Treccani)” = garbo; donna piena di garbo, compita.. Qui il termine è rafforzativo, vuole esprimere un tendenzioso, non del tutto disinteressato, furbesco complimento: serve per conquistare la simpatia di Luisella, con la segreta speranza che questa la ricambi. Quindi, non tanto un rilievo di carattere obiettivo, ma anche utilitaristico, sentimentale.
GANZU (cuddu) (La f. F.) : non n’è certa la derivazione, né è un termine molto frequente nel linguaggio dialettale mesagnese; significa amante, ma qui esso si carica di altre sfumature: furbacchione, approfittatore.
GHIASCIONI (V.v.d.) (R.t.) : anche “cascione” (dialetto leccese) che può derivare da “plaione” termine usato intorno all’ “XI secolo dai baresi, ma introdotto dai Longobardi; ha origine nel germanico antico blahe e plahe = grossa tela” (Rohlfs); quindi lenzuolo. Ma “ghiascioni” fa pensare ad una tela solidamente, fittamente tessuta al telaio (tularu), come si usava fare nelle famiglie antiche, generalmente numerose e quindi bisognose di molte doti/corredi. Ed a proposito di dote, era (ma forse non lo è più) frase ricorrente: “S’è spusata cu <framina> 5 – 6 – 7…” = ha avuto una dote di 5 – 6 – 7… “capi” per ogni categoria: asciugamani, tovaglie, “lanzuli” confezionati, questi, in modo che, quando si “mmutava”, si rivestiva a festa il letto, comparisse, facesse bella mostra di sé la “piega” = “liettu cunzatu cu la piega”.
GIARGIANESI (L’er.) : s’indicano generalmente i forestieri che vengono da altra nazione o che scendono dall’Italia del Nord per acquistare prodotti tipici della nostra terra del Sud (uva, mosto, carciofi). Forse, come sostiene testualmente il Rohlfs, il termine “giaggianesi è una deformazione di viggevanesi, abitanti di Vigevano”. Col tempo il termine viene riferito a persone che parlano in maniera incomprensibile, perché usano un codice di comunicazione diverso. Pagina creata il 09/12/2009 |
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